Sfollati e divisi

Disfatta di Caporetto

Maria Brunetta racconta civili, ritirata, stanchezza, marce, aeroplani a Treviso il 31 ottobre 1917

Maria e la sua famiglia continuano il loro difficile viaggio per sfuggire all’avanzata degli austro-tedeschi.

 

31-10-17

È l’alba, un’alba triste, fredda. Si riparte. Cedo il mio posto ad Antonia e Paolo, un cuginetto, ed io faccio da battistrada in bicicletta.

Incominciamo la Via Crucis con l’anima affranta ed il fisico abbattuto.

Passiamo sugli eleganti ponti di Pasiano e Tremacque rotti in più punti a causa dei pesanti carriagi. Poveri ponti, breve fu la vostra vita. La festa della vostra inaugurazione che doveva compiersi fra giorni non si compierà mai più: una mina vi distruggerà.

A Oderzo il cammino si fa ancora più difficile, ci incolonniamo fra due pesanti trattrici che ci assordano col loro rumore. Con la mia bicicletta m’attacco ora a l’una ora a l’altra delle “charrette” cercando di confortare i miei ancora più avviliti di me. Mi volto, la carrozza delle cugine non si vede più. Dove è andata a finire?!?.... Cerco di ritornare indietro. Una. mano ferma il manubrio della mia bicicletta. Un capitano d’artiglieria mi guarda negli occhi, esclama: “Signorina, vi volete far ammazzare” e mi costringe a proseguire. Raggiungo i miei e cerco di consolare Paolo che ha gli occhi lucidi lucidi. Alle 14 abbiamo passato il ponte di Piave e ci fermiamo a Fagarè. Bruno ha fame, molta fame e non sì trova nulla. Io entro per ogni dove, inutilmente.

Un alto comando è presso il ponte, diretto a mensa; lo seguo e quando vedo i componenti assidersi chiedo loro del pane. Ne hanno poco, ma non importa, ognuno divide con me la sua razione, così che io ritorno serena.

Papà intanto è riuscito a trovare della farina e un servo sta facendo la polenta.

Alle 15 riprendiamo il viaggio e sull’imbrunire, pesti, stanchi, indolenziti arriviamo a Treviso.

La mia bicicletta è irriconoscibile e nemmeno tutta la buona volontà di Beppino riesce a migliorare le sue condizioni.

Siamo in casa del generale Vanzo, anch'essa in pieno assetto di guerra e pronta per la partenza. Non c'è una stanza libera, mangiamo in cortile alla luce blanda e fredda della luna, poi ci dividiamo per andare a letto. Papà ha trovato tre stanze ma in vie diverse. Io e Antonia nel centro della città.

Siamo appena coricate ed io già chiudevo gli occhi chiedendo al sonno un'ora di oblio quando la sirena ci fa saltare dal letto. Aeroplani sopra la città. Ci ripariamo in un umido sottoscala. Siamo scalze, tremanti per il freddo e soffriamo pensando al terrore della mamma sola con Bruno in una stanza d'albergo. Il rumore degli aeroplani è coperto dal crepitio della mitraglia. Scoppi di bombe rintronano fragorosi vicino (sembra) a noi.

Passa un'ora così, poi ritorniamo a letto, ma il fato non vuol darci un momento di tregua. Ben sei volte il rombare minaccioso delle eliche nemiche, il sibilo lacerante della sirena ci richiama alla triste realtà, ed ogni volta la visita si fa più lunga. E' già mattina, la mamma è venuta a raggiungerci, non vale la pena di ricoricarci.

 

1-11-17

Torniamo dai Vanzo. Siamo tutti, ci sorridiamo mesti, ci stringiamo l’uno vicino all’altro. Che si fa?

I bagagli non si possono spedire, con tutti i cavalli non si può andare avanti ed è doveroso rimandare i contadini alle loro famiglie, che attendono con ansia disperata.

Che si fa? Bisogna lasciare qua tutta la roba e caricare su una “charrette” il puro indispensabile. Ben poco salviamo. Io guardo con tristezza le valigie che i contadini riportano a casa loro e li supplico di salvarle, di nasconderle. È mezzogiorno... ed io non ho fatto nulla, non sono nemmeno stata alla messa.

Al cielo ho innalzato spesse volte la mente ed il cuore ma le labbra non hanno saputo mormorare una preghiera, formulare una supplica.

Giunge Valentino, ci saluta commosso, pranza con noi, parla poco, soffre indicibilmente.

Ci consigliamo. Io e papà andremo a Bologna con la carrozza, e Beppino con la “charrette”, gli altri col treno. Ci ritroveremo dalla buona signora Fiorini.

Addio mamma. Arrivederci, ci salutiamo, ci baciamo con effusione, scambiamo auguri, incoraggiamenti, raccomandazioni e si parte...

Si parte col cuore grosso, con una gran voglia di piangere. Papà sospira continuamente ed io non parlo.

La parola della fede, la luce della speranza non la so trovare e anche trovandola non la posso esprimere. Mi sento oppressa da un'angoscia mortale, guardo senza vedere, odo ma non sento, mi sembra d'esser morta. Infatti la parte migliore di me stessa è a casa mia. Oh! non più mia. Abbiamo già percorso Km.30, è quasi buio, papà rompe il silenzio doloroso:

“Maria, vuoi che ci fermiamo qui... la notte è vicina.” “Sì papà.”

È S. Maria di Sala: domandiamo, chiediamo, supplichiamo un alloggio. Inutile, tutto occupato. Finalmente, in fondo al paese, ci offrono una stalla per il cavallo ed il fienile per dormire. Accettiamo e con i buoni contadini dividiamo scambievolmente la cena. Loro ci offrono polenta, insalata, vino; noi formaggio. Poi all’incerto lume di un fanale ad olio, reggendo due coperte, m'avvio su per la lunga scala a pioli per preparare le due cucce nel fienile.. .Orrore. Una quarantina di soldati dorme gettata a bocconi qua e là. Qualcheduno s’alza, stropicciandosi gli occhi imbambolati dal sonno, intravede la mia figura femminile e grida:

– Qua, qua, c’è un bel posto vicino a me, staremo caldi.

– Non fare la schizzinosa – Urla un altro.

– Fa freddo, rincuorati, bevi un sorso di acquavite – dice un terzo quasi proteggendomi.

Io discendo precipitosamente, a rischio di rompermi il collo, lungo la malferma scala, mentre sghignazzate e frasi equivoche m’accompagnano.

Impietosita allora una vecchia m’offre la metà del suo letto e papà con Beppino s’adatta s’un altro lasciato neanche un’ora prima da un morto! La vecchia puzza, il letto di papà è nauseabondo, ma Dio pietoso alfine concede il sonno benefico alle nostre membra spossate.

 

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