Montagne mostruose
Francesco De Peppo racconta vita in trincea, famiglia, marce a Avio (TN) il 19 aprile 1918
Dopo oltre un mese passato nelle retrovie, Francesco De Peppo si mette in marcia per raggiungere la zona di guerra. Le montagne, le valli, i panorami che osserva lo affascinano, e lo spaventano.
Dunque si parte. Di nuovo tutti incolonnati verso ignoti destini.
Viaggiamo tutta la notte, tutta la mattinata, tutta la giornata, fermandoci alle sei ai nuovi confini, verso il Trentino.
Che vedute pittoresche! L'Adige che divide montagne mostruose.
Pigliamo il rancio ed entriamo in un paese, Avio, dove faccio delle spese (sigarette, acqua di colonia, paste, cerini), e vado a mangiare in una taverna, poi per i campi a mangiare frutta, e finalmente, fatta una provvista di foglie, mi stendo in un campo.
La mattina appresso siamo svegliati dalle grida d'un vecchio contadino, perché avevamo rovinato il seminato, un individuo antipatico, austriaco più che italiano.
Vengono le Trattrici, automobili di una potenzialità enorme, con il motore lungo più di due metri. Si attaccano i pezzi, e via, verso i monti. Che salite!
Tutti i viottoli sono formati a "tourniqué", non potendo altrimenti salire che con la fune. Guardando in giù, sembra impossibile d'essere saliti a quelle altezze con vie così ripide, specialmente poi con quegli enormi e pesanti pezzi.
Passato il ponte sull'Adige, si odono più distinti i boati del cannone, pur essendo lontano.
Passiamo Ala tutta diroccata e rovinata. Fa un'impressione così strana sentire il cannone sempre più distinto e più vicino ad ogni tornante, ad ogni metro che si avanza, ogni minuto che passa.
E intanto fa notte!
È una bella serata stellata, e di quasi luna piena.
Il mio pensiero corre insistente alla mia bella città, alla mia famiglia; mi sembra di fare una gita sul Vesuvio, e di toccarne il cono; sento i boati del vulcano e da lontano la città incantata che s'accende con i suoi mille lumicini... Ma i pezzi, i cento dialetti parlati mi fanno tornare alla realtà. Non è il Vesuvio che ascendo, ma monti ridivenuti nostri coll'immolarsi di molte generose vite umane, non sono boati di vulcano, ma di cannoni che mietono la morte e arrossano di sangue le vallate e i monti, e infine non sono lumicini di vita, ma razzi luminosi che squarciano le tenebre.
Tra poco arriveremo in posizione: mi sembra così strano, io al fronte, io, che quando è cominciata la guerra ero quasi un ragazzo, che non uscivo ancora solo di sera, e quasi con i miei compagni scherzavo alla guerra. Sembrava così lontano, eppure è venuto il momento, ed anche io combatterò contribuendo anche in minima parte a far divenire la nostra patria più grande e temuta.
Finalmente alle 11 di sera ci fermiamo su uno spiazzo del Monte Coni Zugna, sul Zugna Torta. Ci buttiamo per terra coprendoci col pastrano ed una misera coperta, e dopo cinque minuti siamo tutti in possesso di Morfeo.