Non mi sentii piu i piedi
Orlando Tosi racconta prigionia, freddo a sconosciuto il 16 settembre 1917
Tosi è prigioniero degli austriaci. Dopo un periodo passato nel campo di concentramento di Sigmundsherberg viene trasferito in una fabbrica vicino al confine tedesco, in un paesino che lui chiama Ostras.
Al mattino ci davano un quartino di pane nero con un sgommero di brodo di orzo, quello doveva bastare fino a mezzogiorno; a mezzogiorno vi era una gavetta con un po' di cavoli sotto acido che soltanto la puzza qui in Italia ti fa volitare e nell'altra gavetta un mescolo di patate infrante con un mescolino di marmellata; alla sera uno spicchietto di pane con patate e cavoli. In quelle parti faceva molto freddo, che non si poteva resistere tanto che un giorno di febbraio il freddo arrivò a trenta gradi sottozero, immaginate si che freddo, se si stava un quarto d'ora fuori si moriva fulminati dal freddo. Io quel giorno lavoravo di notte. Il freddo puntava alle ossa, se si andava riscaldati alla stufa, davanti ci scaldavamo e di dietro ci sembrava di avere una lastra di ghiaccio. Nessuno voleva più lavorare, io per andare a caricare il mio vagoncino nel tempo di dieci minuti mi sentivo spaccare il viso e le mani, benché lavoravo sveltissimo per riscaldarmi, a un certo punto mi sentii appiccare le mani nelle maniche del cappotto, non credendo quel che che mi era successo, arrivai col vagoncino sul posto, e ci corsa mi gettai addosso alla stufa accesa, misi i piedi fra la brace, che dal gran freddo non li sentivo più, mi guardai sulle mie mani e rimasi spaurito, come anche i miei compagni che erano lì presenti. Avevo le mani tutte spaccate che mi grondavano sangue, e sulla faccia ugualmente. Da lì a poco giunsero altri tre o quattro che guardandosi sulle mani ci usciva il sangue lo stesso. Allora tutti si disse di non muoversi più dalle stufe se no si doveva morire dal freddo. Impensieriti credendo che venisse qualche barbaro capo delle fabbriche a farci lavorare, quando a un certo punto i borghesi austriaci non potendo più resistere si accostarono alle stufe dicendo “Zima, Zima”, che voleva dire “freddo, freddo”. Mentre si stava lì a scaldarci si seppe che il gran freddo aveva ghiacciato il ferro fuso dentro i forni, che il gran calore era stato vinto dal freddo. Noi tutti contenti ci mettessimo intorno alle stufe e vi si fece giorno. Dal gran freddo, vi erano certi tubi che ci sortiva l'acquacalda e mentre che scendeva a terra l'acqua si congelava e formava come un canaletto. Ci soffiavamo il nano col fazzoletto, quando si guardava fuori si vedeva tutti tocchi ghiaccio, che tutta quella sostanza dal gran freddo si ghiacciava. Certi per curiosità prendevano una gavetta d'acqua tiepida, la buttavano sul lastricato di ferro per terra, l'acqua non faceva in tempo a scorrere che diveniva una lastra di ghiaccio. Immaginatevi che freddo e come si soffriva, senza maglie di lana, senza vestiti buoni, si aveva solo un paio di mutande e camicia di musolo, un paio di pantaloni di tela russa e giacca e un misero cappotto di tela russa che era fino come un velo di cipolla. Bisognava provare quanti strazi provava la nostra vita che sembrava che l'anima nostra volesse uscire dal nostro corpo, e che noi non avevamo coraggio di ucciderci per non soffrire così tanto. Tanto è vero che vi erano certi che non potevano più resistere a quella vita, sapete cosa facevano? Si gettavano grosse pietre di ferro sui piedi che se li sfrangevano per andare cinque o sei mesi in ospedale a riposarsi. Altri prendevano un pezzetto di calce viva e con po' di acqua se la smorzavano sopra a un piede, che alla mattina la calce aveva rosicchiato tutta la carne, ove si vedevano le ossa con i nervi, e li andavano cinque o sei mesi – riposarsi. Era venuto un tempo che tutti si marsagravano da se per non morire sul lavoro dal freddo e dalla fame. Il lavoro delle fabbriche era pesante e oltre che era pensante il pensiero che si aveva per tornare all'Italia tra i tempi cattivi, avevamo una malinconia che il lavoro ci sembrava il doppio faticoso. Ufficialmente quando pioveva o nevicava, si doveva lavorare sotto la pioggia o neve e quanto eravamo bagnati si tremava dal freddo. Quando si andava in caserma eravamo maltrattati da questo vigliacco del caporal maggiore, che senza comprensione menava a brutto muso. Era una diecina di mesi che si stava in questa fabbrica, eravamo divenuti scalzi e nudi, la biancheria non ce la passavano più perché non ne avevano; ci davano i pantaloni di carta, per camicia un pezzo di carta che si metteva la testa dentro e una placca veniva davanti e una placca di dietro proprio uguale alla tonica che ha il prete quando dice messa. Quello che era peggio che se si rompevano le scarpe ti mandavano al lavoro scalzi benché pioveva o nevicava, toccava andare al lavoro se non erano cassate di fucile e prigione. Libertà mai, un giorno ogni tanto per le feste principali, tanto che domenica sempre a lavorare finché uno era morto. La più atroce giornata fu un giorno, il 16 Settembre 1917, il compleanno della protettrice del mio paese S. Dolcissima. Io ero al lavoro in una scuadra dei grossi vagoni che era un chilometro fuori dalla fabbrica. Quel giorn mi toccava a fare dieciotto ore di lavoro, da mezzogiorno tutta la nottata e fino l'indomani. Si scatenava un tempo di pioggia dirotta che tantoché si partì dalla caserma colla pioggia alle spalle. Che ti pare, quel vigliacco del caporal maggiore austriaco era proprio la sua soddisfazione, perché se voleva non ci faceva neppure partire. Si andette al lavoro. Non era nemmeno un'oretta che si lavorava che già eravamo tutti bagnati. Appena che uno si riparava un pochetto s'intirizziva dal freddo che non aveva più fantasia di rilassarsi. Noi si pensava che doveva passare ancora la lunga notte e che alla mattina non ci si avrebbe arrivato. Avevamo una vigliacca e stupida sentinella che stava troppo alla consegna, che noi non si poteva andare un minuto sotto al vagone se no erano cassate. Lui col suo dominio col cappuccio stava dentro una galitta del vagone e si metteva a contare sempre a noi che eravamo quindici persone, se caso mai non ne vedeva qualcuno smontava e lo trovava sotto un vagone, lo prendeva a cassate di fucile. Tutti si esclamava “Poveri noi, questa notte ci si muore, e se non si muore allora non si muore più”. Ogni tanto sortiva fuori da una baracca un capo che veniva a sorvegliare, allora noi si pensava che venisse a dire di andare in baracca e riposarsi; veniva con una lanterna alle mani, e quando era lì, già vi ho detto che gli Austriaci sono uno più vigliacco dell'altro, gridava “avanti lavorare”. Noi come si doveva lavorare che si batteva i denti. La sentinella che era una stupida, per paura di qualche rapporto, andava dicendo continuamente “Avanti, lavorare”, finché si lavorava lui diceva sempre quella parola lì per farsi sentire che stava alla consegna. Incominciò a farsi notte, e noi si batteva i piedi e i denti dal freddo che l'acqua continuava a venire senza cessare un minuto. Noi bagnati come pulcini si stava tutti dritti intirizziti dal freddo a braccia tese spettando proprio la morte. Era già la mezzanotte, nessuno aveva il coraggio di lavorare e poi devo dire che il lavoro che si faceva non era nessun necessario, si doveva ammucchiare il materiale che non ce ne era bisogno, basta però che noi dovessimo star lì a soffrire. Eccoti i capi gridando “Avanti, lavorare, vigliacchi Italiani, porci”. Ma noi non ci muovevamo a resico di farci uccidere, e stavamo tutti impalati piangendo del martirio che si provava, pensando alla pace che si era quando si stava in Italia, e sapevamo che i suoi prigionieri stavano bene, e noi ci facevan soffrir tanto. I capi vedendo che non ottenevano più niente, presero a spintoni qualche d'uno che gli vinne davanti, gettandolo a terra che cadeva come uno straccio senza più muoversi sopra il fango. La nottata era rigida, la nostra vita era tutta ritirata e appena veniva in contatto col vestito bagnato gelato, si sentiva uno scossa di un brivido, che non ci faceva fare più un passo. Nessuno aveva compassione di noi, eravamo in mezzo a una campagna come tante anime che stavano a scontare la pena. Nessuno può farsi un'idea che martirio fu quella notte, che alla mattina non avevamo il coraggio di muovere un passo per venire in caserma.