Acqua condita con sale
Orlando Tosi racconta prigionia, fame a Sigmundsherberg (Austria) il agosto 1916
Dopo la cattura e un periodo passato vicino Trento Orlando Tosi viene trasferito, con i suoi commilitoni, nel campo di concentramento di Sigmundsherberg, in Austria
Tutto ad un tratto ci fecero entrare dentro a un grosso baroccone credendo sicuro di mangiare. E cosa ci fecero fare? Il bagno all'acqua fredda, quello era il nostro sostenimento, dopo tre giorni quasi senza mangiare. Figuratevi che strazio che molti dalla debolezza cadevano svenuti e portati via con i lenzuoli, perché chi non andava sotto quell'acqua fresca era frustato a carne viva. “Morale” (Ricordatevi o fratelli Italiani già che sentite appresso tante vigliaccherie, che gli Austriaci sono stati vigliacchi carnefici, e saranno sempre e per queste torture con queste tirannie che ci hanno fatto, bisogna vendicarsi sempre con questi barbari e se vi capitano potete vendicarvi sicuramente di vero cuore che non sbagliate.).
Fatto il bagno e vestiti si uscì da una porta uno per uno facendoci fare della percosizione addosso, dove ci levarono a chi il coltello, a chi l'orologio d'oro o argento e anche i soldi: tutto quello che ci trovarono. Ma a noi dell'oro e dell'argento non ci si pensava, bastava che ci dassero da mangiare, si pensava alla nostra vita. Vinne verso le sette di sera e il rancio non se ne parlava. Noi sdraiati per terra si gridava “Vigliacchi, lazzeroni, ci fate morire di fame, mentre i vostri prigionieri stanno godendo nella bella Italia pieni di vitto quanto ne vogliono. Tutti piangendo come creature gettati sul suolo con gli occhi al cielo esclamando “Mamma mia non ti rivedremo più e te non sai di che siamo morti e quanto abbiamo sofferto”. Dopo un'altra ora eccoti il rancio: cosa era? Acqua calda condita col sale, con qualche corteccia di rapa interrata che dovevi essere affortunato se te ne toccava una, perché se la prendevano l'interpredi che distribuivano il rancio ed i suoi paesani o conoscenti. Oh! Allora non più si pensava a quello che si mangiava in Italia, si ricercava quella polenta acida con quell'orzo che ci davano al concentramento di Trento. Così tutti affamati ce ne andiamo a dormire dentro alle baracche sopra alle tavole senza materazzo e coperte, ma come si poteva dormire? Piuttosto ci mettessimo a piangere. Alla mattina appena l'alba furomo destati da una sentinella tedesca. Noi attendevamo un cibo migliore, sospettando che giorno di arrivo non fossero stati bene provvisti. La sentinella ci disse che si doveva prendere il rancio. Noi tutti contenti si esclamava “Meno male che prencipiano di mattina buonora a farci mangiare”. Ci alzammo e domandassimo alla sentinella cosa c'era da mangiare, e lì ci rispose che c'era il te. “Siamo signori, ci abbiamo il te”. Si prese il te e cosa era? Erano foglie di roghi bollite nell'acqua con un poco di zucchero, e questo lo chiamavano te. Questo era il primo rancio e la fame sempre cresceva senza avere nulla più di diffamarci. Aspettiamo le undici ed ecco il secondo rancio, cosa era? Erano grosse marmitte piene d'acqua torbida che vi sarà stato dentro un due dita di marmetta di cortecce di rape, ove vi era attaccata che la terra. Qualche volta vi erano delle cortecce di patate, con qualche pezzo di patata nera guasta, oppure qualche corteccia di barbabietola. Ti facevano prendere le gavette, e messi per quattro, un interprede dei nostri che parlava tedesco prendeva il mescolo e distribuiva il rancio, sicché i paesani, gli amici dell'interprede erano serviti bene, con le gavette piene di cortecce, e l'altri poveri disgraziati avevano l'acqua assoluta. E quindi non solo si vedeva questo, vi erano anche di quelli che prendevano il rancio due e tre volte e chi non arrivava a prendere nemmeno la sua parte, perché vi erano dei primi che avevano preso il rancio che se lo mangiavano con sveltezza e poi si andavano a mettere avanti ove stavano ancora a distribuire e formavano un'altra fila che prendevano di nuovo il rancio, e quei che dovevano prenderlo restavano addietro che in ultimo restavano senza mangiare e scoppiavano in un pianto come un ragazzino di tre ani. Mangiata quella poca acqua torbida la fame cresceva, e noi si gridava “Pane, Pane” e allora ecco il pane, un pane a piccoli filetti tutto nero fatto con la pelle dei patate, paglia tritata e macinati di grano turco. Questi piccoli pani, ma pesanti quanto il piombo, venivano divisi molti giorni in sei persone molti giorni in quattro, che diviso ci toccava un pezzettino grande quanto un pugno di mano. Ora per dividere questo pane, si pigliava un bilancetta fatta di legno fatta da noi, che erano un pezzettino di legno con un zeppetto, puntato da tutte e due le parti, si spezzava il pane in quattro pezzi uguali e si infilava i pezzi sulla bilancetta e quando i pani erano uguali si posavano a terra, poi non fidandosi della bilancia, si faceva la conta per scegliere i pani atterra, e guai se qualche pezzo di pane doveva pesare una briciola meno dell'altro; vi era il caso di uccidersi. Alla sera veniva l'ultimo rancio e cosa era? Era un polentio di ossa macinati, che si sentiva la puzza da un chilometro da lontano, aveva un sapore indescrivibile, sgustoso peggio di un bicchiere di olio di ricino. Perché quei ossi di tante specie di animali erano putrefatti e rancitosi, che tanto io come molti altri si moriva di fame, piuttosto che mangiare quella robaccia. Qualcuno che provava a mangiare dopo un'oretta gridava di atroci dolori di pancia e diarea. Noi si reclamò che quella roba non si poteva assolutamente mangiare e loro ci risposero che dovevamo mangiarla per forza. Allora noi una mattina, si provò di stare d'accordo tutti, senza andare a prendere questo rancio. Infatti le marmitte restarono piene di questa porcheria. Cosa fecero questi barbari austriaci? Ci fecero stare senza mangiare e quel rancio lo portarono in una baracca vicina, che l'altri soldati dalla gran fame fecero l'assalto all'altre marmitte che con cinque minuti restavano vuote. Dopo un'oretta si vide uno spettacolo fenomenale, che non ci si crede a dirlo, tutti quelli che avevano mangiato quel rancio gridavano atroci dolori di pancia, bisognava stare a vedere: gridi di qua e di là, trascinandosi con le mani alla pancia, camminando curvi verso la latrina, gli aveva preso una grossa diarea che certi non si muovevano mai dalla latrina, perché non facevano in tempo ad andare al suo posto, che dovevano riscappare di nuovo. Sicché non vi era più rimedio, che sdraiati in terra piangendo dalla disperazione e dalla fame, e pensando che si doveva morire di fame, che è la peggiore cosa che esiste.