Lettera alla famiglia
Quinto Menicucci racconta amore, famiglia, disciplina militare a Merna di Gorizia, Miren, Slovenia il 18 dicembre 1916
Per l’amore costante alla mia famiglia e in special modo ai miei Genitori non che per l’amore alla terra che mi diede i natali, fra tante lettere scritte alla mia famiglia, voglio includere la presente tra queste mie modeste memorie, scritta a Merna di Gorizia (l’attuale Miren in Slovenia, n.d.r.) in trincea durante il tempo di preavviso di una seconda licenza invernale concessami il 18 dicembre 1916 e che per l’occasione lessi in famiglia (a pranzo) il giorno di Natale di detto anno.
Miei buoni e cari Genitori,
aspettare con pazienza, accogliere il destino con forza d’animo è più facile quando si è certi di essere sostenuti dall’affetto costante del buono e forte padre, della mamma, altrettanto buona, affettuosa, espansiva, delle sorelle che hanno dei pensieri gentili per l’assente; il dovere per me, il duro dovere riservatomi dal fato avverso, mi resta più lieve, più facile a compiersi, dato poi che la buona volontà non mi manca.
Ai miei sacrifici di privazioni e di stenti l’unico compenso che io da lungo tempo attendo, sognandolo, bramandolo, è questo momento, miei cari, nel quale, mi serro a voi tutti, nell’abbracciarvi, nel chiamarvi, provo il più grande desio, contento, momento questo per me indimenticabile che mi commuove. Miei buoni, mio caro babbo, mia cara mamma, mie amate sorelle, come fare a tradurre in parole l’animo mio, ciò che sento, ciò che provo? Non mi è possibile; è una sensazione così forte che non si può dire.
Lassù…parola che in questo momento vuol indicare il luogo ove ci si fa onore, ove si muore, ove gli eroismi e i sacrifici sono cose comuni, di tutti i giorni, l’animo nostro si corazza all’emozioni più intense. Dire che diventiamo forti non è giusto, bisogna dire che diventiamo duri. Non più il nostro occhio s’inumidisce di pianto alle visioni più compassionevoli. Al fatto di fulgido eroismo, di supremo sacrificio, il nostro cuore non accelera più i suoi palpiti; vi ripeto siamo duri e corazzati; ma una sola cosa è ancora atta a commuoverci a inumidire l’occhio nostro: il pensiero di voi, la vostra visione miei cari. Voi che mi seguite più volte nella solitudine della trincea, dimentico del pericolo vicino, aderente, quasi toccante, mi ri siete ognora presenti, e il più bel quadro mi apparso, e i miei occhi velati guardavano lontano e… oh momenti desiati, voi, la vostra visione e una lacrima di gioia mi scuoteva ad una commozione buona e dolce.
Sono ormai quattro anni che sono lontano da voi, e il mio braccio virile non può darvi quell’aiuto che dovrei e dovrebbe essere un compenso ai vostri sacrifici fatti per allevarmi, istruirmi in quella cultura nel modo che a voi fu più possibile, per tirarmi su sano e robusto.
Nel più bello, nel momento in cui io potevo godere e fruttare per me e per voi, un grande dovere mi ha chiamato, la Patria ha chiesto ad un suo figlio il suo braccio per consolidarsi, per dare ai posteri una casa più grande, più forte e più rispettata. Io mi sono inchinato; voi stessi nella mia adolescenza mi avete insegnato ad amare il mio paese, a sacrificarmi per il medesimo. Mi è costato uno sforzo, un grande sforzo dovervi lasciare, il non poter compiere qual dovere che mi pareva il più stretto, il primo e cioè quello di aiutarvi con tutte le mie forze. Non me ne fate una colpa, miei cari Genitori, la Patria ha chiesto a me, ai miei altri tre fratelli (che sono all’apice dei miei pensieri) di andarla a servire e so che richiede a noi il più grande sacrificio.
Ma vi sia di conforto, miei cari, il pensiero che i vostri figli, che vi sono costati tante privazioni, vi amano tanto, e che fanno il loro dovere nel miglior modo possibile e che saranno felici quel giorno in cui ri potranno avere nelle mani l’utensile del lavoro e dirvi: faccio io.
Quando verrà quel giorno?
Non so. Sarebbe troppo arduo pronosticare. Verrà, è certo. Vogliatemi bene, amate vostro figlio con lo stesso affetto che lui vi porta, segnatelo col pensiero ancora… ed esso aspetterà con forza gagliarda il desiderato momento che, salvo nelle vostre braccia ritornerà volenteroso di fare quel dovere che gli hanno impedito di principiare a fare prima.
Alzando il bicchiere, faccio auguri di Buon Natale e miglior capo d’anno e che Dio vi mantenga sani e robusti come ora per lunghi anni ancora e che a me conceda di compiere ciò che ho appena incominciato
Evviva l’armonia!
Vostro affmo figlio
Quinto