"Almeno l'Austria ci de' un tetto!"
Alfonso Lucarini racconta prigionia, fame, freddo a Trieste il 20 novembre 1918
La guerra è finita. Lucarini e i suoi compagni di prigionia vengono inviati, in treno, in un temporaneo centro di smistamento, allestito dal governo italiano nei pressi del porto di Trieste. La speranza di ricevere un’accoglienza trionfale viene immediatamente delusa: le condizioni di vita nel centro sono addirittura peggiori che nel vecchio campo di prigionia.
Camminiamo qualche giorno su quello treno, incontrandoci con altri che venivano dal fronte carichi di soldati disarmati, erano cremiti come le formiche nel loro buco, dentro le vetture non ci stavano chi se ne stava aggrappato sui pedalini, chi arrangiato da una parte chi dallaltra, il tetto dei carri pure era gremito di persone, dappertutto erano appiccicate bandiere, nastri bianchi, fiori, la macchina che tirava la lunga fila di carri era ricoperta di ghirlande sembrava che venisse da una grande festa, e difatti la grande massa di uomini festeggiava il ritorno al suo paese, e benché si fosse arresa aveva ottenuto quella pace da anni desiderata.
- Quando arriveremo a Trieste
- Ma! questo macchinista sembra svogliato di condurci avanti.
- Domattina arriveremo.
- Se seguita di questo passo, arriveremo tra un mese.
- Eh, oramai siamo vicini i nostri fratelli stanno già preparati ad attenderci, la musica è già pronta per riceversi; grandi marmittoni dì caffè che sembrami vedere già esalare il fumo, sacchi di pagnotte che la nostra Italia ci preparerà; stanno pronti per ristorarci, sanno che arriviamo da una nazione affamata e che da mesi e mesi non ci siamo levati la fame.
- Bada che non troveremo nemmeno acqua e rape.
- Eccolo sùbito, il pessimista
- Lubiana, Lubiana, tra due ore siamo coi nostri.
- Giunti saremo alla stazzione che confusione che ci sarà
- Coraggio, presto mangeremo la pagnotta Italiana. Finalmente dopo dieci giorni dí faticoso viaggio scendiamo dal treno in stazzione di Trieste, ove un vento impetuoso ci dava a furia per laria, un vento freddo nelle nostre ossa, che gliabiti non erano più oramai capaci di riparare, laceri da ogni parte.
- Bel suono questa marcia Reale
- Bono questo caffè
- Che pagnotte fresche
- Bel ricevimento il nostro governo, almeno l'Austria ci de' un tetto, un mescolo di acqua calda e tutto accompagnato con legnate, ma se non altro la pancia si riscaldava; qui niente da mangiare, niente da bere, non un tetto; circondati da sentinelle che da nessuna parte si può fuggire.
- Vergogna marcia
- Ma che vergogna, il nostro governo sapeva che eramo abituati a tutte le malvagità dellaustria e per questo non se preso tanti pensieri di noi.
Tutti arrabbiati come tante iene, è vero che la moltitudine era immensa e i provvedimenti mancavano, ma per prepararsi una tazza di caffè scendendo dal treno non cerano tante difficoltà. Rinchiusi entro il porto migliaia e migliaia di uomini, una confusione indescrivibile nessun ordine per mangiare, chi mangiava mangiava, chi non era buono a disimpegnarsi, restava a bocca asciutta. Facevano gruppi di cento uomini, poi il capo gruppo si sperdeva trovava unaltra compagnia, e quel gruppo rimaneva senza mangiare. Tutti ammalati eravamo e nessuno pensava a noi piedi mezzi scalzi, non una maglia, chi senza camicia, senza mutande, calzoni lacerati che facevano vedere la carne da ogni parte, non un cappotto, pastrano di carta, che era la stoffa unica per l'Austria, co zingari non cera paragone.
Dopo due giorni finalmente trovo un gruppo un po organizzato, e dopo essermi marcato circa circa una diecina di gruppi, e mi riuscì prendere una tazza di farina, un cucchiaio di zucchero e un poco di formaggio che mi toccò buttarlo dal puzzo che aveva era putrefatto. [...]
Intervenne la croce rossa americana e faceva un po di rancio caldo per qualcuno, no per tutti perché la folla era immensa, e pochi, tra la moltitudine, erano quelli che a forza di pigiare per ore e ore, gli riusciva a prendere un mescolo di broda. Dava pure qualche maglia e mutande ma ce ne voleva a rivestire centinaia di migliaia di uomini, era un continuo correre colle barelle, trasportando uomini mezzi morti che, dopo anni di prigionia, gli toccava venire a morire in mano della nostra patria.
Dopo due giorni viene risfatto il mio gruppo - o be, qualche corona la possedevo e non mi sgomentavo; la peggio era per quelli che non avevano niente; mi ritrovo unaltro gruppo e dopo un giorno riviene risfatto anche quello.
Che pensare? Qui bisogna scappare e messomi in risoluzioni mi riesce mettermi in mezzo alle compagnie partenti e tutto contento di liberarmi da quelle alte mura, mi ficco in treno e via alla volta della vecchia Italia.