Dopo la fame, l'indigestione
Alfonso Lucarini racconta prigionia, fame a Vata de Jos, Alvacza-gyogyfurdo, Romania il 22 gennaio 1918
Lucarini e alcuni suoi compagni di prigionia vengono scelti per andare a lavorare alle dipendenze di un ricco proprietario terriero, nelle foreste della Transilvania. La disponibilità di cibo, rispetto a quella del campo di prigionia, è abbondante, e dopo aver sofferto la fame è difficile controllarsi.
Dopo unora si mettiamo in cammino dove dopo una mezzoretta di viaggio arriviamo ad Alvacza, ricevuti da un signore; ove la fame non era passata da casa sua; la carne voleva uscir fuori a forza da tutte le parti del suo corpo.
Scendiamo e siamo condotti alla sua dimora ove ci aveva preparato un mescolo di tè un bel pezzo di pane e circa trecento grammi di lardo.
Una specie di pedinata viene portata sulla porta del carro; luomo che era lì, a riceverci; stava in fondo ad essa per esser pronto a sostenere qualcuno che dallo stento non era capace di tenersi in equilibrio; pareva che lo sapesse quel benemerito uomo che eramo quasi ridotti a non esser capaci di tenerci in piedi. Accolti con compassione, ci ricoverò per qualche ora in casa sua dandoci da magiare a sufficienza, ma non per farsi male perché dando ascolto alla nostra bocca finivamo collo schiantare addirittura; si sentivamo vuoti, e volevamo mangiare sempre; qualcuno, dopo aver fatto la mangiata dal padrone, principiava già a girottolare fermando romeni che di lì passavano chiedendo pane a forza di accenni; e il Romeno che è di cuore nobile levava fuori dalla sua bisaccia pezzi di pane, e sfamava gli affamati, contento di prestare il suo poco aiuto a persone sconosciute che in lontana patria avevano passato periodi tristi, dando tutto quello che possedevano, anche la vita se ne fosse stato bisogno.
Dopo qualche ora che lì attendevamo, veniamo caricati su un piccolo trenino e via in mezzo alle montagne rivestite di robustissimi alberi, che facevano sopra di noi una bellissima volta bianca dalla neve che sopra vi posava. Camminammo circa due ore ed arriviamo in una piccola località ove era Russi a lavorare e veduto arrivare noi, tutti curiosi e contenti di veder giungere altri prigionieri, vengono alla volta del piccolo treno che ci conduceva, salutandoci da colleghi di sventura; mentre qualcuno correva indietro alla volta della baracca e ritornando carico di pane facendoci capire di dividercelo tra noi; ma laffamato che da due mesi e più si trova a pancia vuota, non conosce vergogna né rispetti; e saltando addosso a quel luomo ci si strappa lun laltro quel pane, facendo a gara a mangiare per rimettere il tempo perduto.
Proseguiamo il viaggio sempre sepolti da giganteschi alberi e verso limbrunire giungiamo in un luogo ove comparisce qualche baracca e discendendo, prendiamo ingresso in una di esse dove altri quaranta russi ci aspettavano in allegria con canti e suoni di chitarra e violino. Posammo i nostri bagagli su un tavolaccio che ci faceva da letto e andiamo colla gavetta alla volta della cucina ove ci avevano preparato un buon rancio di cavoli e un buon pezzetto di carne. Quando il sacco è pieno è pieno; e così intravenne a noi; avevamo già mangiato a casa del padrone, mangiato pane trovato dai romeni; rimangiato per strada; venne che, benché fossimo pieni fino alla gola, o per forza o per amore, bisognò che la pancia si adattasse a ricevere anche quella roba che la bocca voleva mangiare ancora.
Si buttiamo a dormire ma non riusciva; principiava a doventar pesante tutta quella roba che avevamo mangiato; e fu il via vai tutta la notte a camminare in qua e in là perché fermi non si poteva stare. Alla mattina otto ammalati; tutti eravamo ammalati da fortissima indigestione, ma per non far brutta figura col padrone ci dirigiamo alla volta del lavoro che risedeva a circa un chilometro dalla baracca. Lassistente era in testa a noi, e camminava a passo spedito, mentre noialtri, non tutti eramo capaci di seguirlo; i più forti stavano dietro a lui, ma principiava subito una disseminata lungo la strada: chi zoppicava, chi si reggeva col bastone, chi si fermava a fare di corpo, chi si metteva seduto perché più non era capace di camminare, altri guardavano di affrettare il passo per riprendere la testa, ma finivano collo inciampolare e cadere per terra. Chissà quelluomo che ci conduceva cosa avrà fatto a dire nel vedere un ospedale simile. Dopo qualche mezzora arriviamo tutti, donde ci indica il lavoro, facendo lui per il primo linizzio. Grossi pezzi di legna, del peso di trenta o quaranta chili i più piccoli, venivano fatti cafittare giù per la china del monte, per andare a fermarsi sulla strada; e le nostre deboli braccia dovevano fare grande sforzo per adattarsi a fare simile fatica. Il padrone ci compativa, facendoci ad intendere che presto riavrebbimo riacquistato la primitiva forza da uomo, incoraggiandoci che ci avrebbe tenuto come operai civili e non come prigionieri; come infatti mantenne la sua parola.