Natale in prigionia

Alfonso Lucarini racconta prigionia, fame, freddo, Natale a il 24 dicembre 1917

Eravamo, a forza di stenti, arrivati alla vigilia di Natale. Un freddo acuto si faceva sentire, la tormenta non cessava un momento di buffare spingendo la neve contro i vetri delle finestre; era di andare a prendere il rancio e toccava proprio a me, quella mattina così acerba. Oh be'! Mi involto la coperta intorno al collo coprendomi quasi tutto il viso e faccio forza nella tormenta che minacciava di gettarmi a terra. Mi invio verso la cucina, aspettando che venisse chiamata la mia baracca per consegnarci le solite marmitte dacqua calda. Sembra proprio quella mattina che anche i cucinieri la facessero apposta, non chiamavano mai. E dai a camminare in qua e in là per non farmi aggelare; era già unora che lì aspettavo, vedendone di tutti i colori, non mancando mai gli affamati sempre attenti di poter prendere qualcosa; facevano come il fulmine, quando vedevano portar fuori la spazzatura dalla cucina, ad andare uno addosso sullaltro per guardarvi dentro raccogliendo qualche scorza di rapa, teste di aringhe, piccole radici tagliate dalle barbabietole o qualunque altra siasi immondizia. Le guardie che non mancavano mai, spesso spesso, coi bastoni andavano a spaventarli; come si fa ad un branco di maiali che si sono trovati liberi per qualche momento e scorgendo patate, granturco o qualaltra cosa da mangiare, vanno tutti affamati, mentre che il padrone giunge colla frusta per batterli; fuggono chi a destra e chi a sinistra, così facevamo noi alle bastonate delle guardie crudeli che ci attendevano. Un povero diavolo, mentre che lì attendevamo intirizziti dal freddo per prendere quella po dacqua calda, aveva scorto una piccola patata tra la fanghiglia e mentre si china per prenderla si busca una badilata nella schiena che tronca il badile a metà della canna e butta piantato nella neve quel corpo che aveva tentato di sfamarsi con una patata. Ventiquattro; pronti; e mettendo fuori della cucina i soliti marmittoni, questi vengono presi e condotti in baracca ove tanti occhi erano da unora nei vetri delle finestre per veder giungere il consueto mangiare.

Domattina e stanotte alla mezzanotte abbiamo la messa; riportava la voce il capo baracca; e qualcuno infatti andò alla messa della mezzanotte, rievocando glianni trascorsi passati intorno al focolare di famiglia in mezzo allallegria, mentre questanno veniva così trascorso in mezzo ai dolori della fame. Tutto passa speriamo che passerà anche questa; alla mattina di Natale tutti ansiosi che ci avrebbero riconosciuto un momentino, dandoci qualcosa dí più da mettere nella pancia; chi diceva: hanno ammazzato parecchi maiali e vedrete che questoggi mangeremo un momento da cristiani; Eh, si vedrà quantacqua giungerà! Si potrebbimo contentare se ci facessero una bella gavetta di polenta morbida, così potrebbimo dire che sí farebbe Natale; ma invece chissà quantacqua stanno preparando questa mattina.

La mattinata prometteva bene perché principiarono, invece del consueto ottavo di pane, ne venne un quarto; sembrava di possedere tutto loro del mondo, vedendosi sulle mani quel quarto di pane del peso di trecento grammi. Certi, fu un attimo a divorarlo, altri ne tagliavano a minuti pezzettini col coltello, tenendoli in bocca, succhiandoli come si fa alle caramelle, perché mangiandoli come andavano mangiati, si terminava troppo presto di lavorare colla bocca; altri invece, si consolavano a pesarlo e ripesarlo colle solite bilance di legno per vedere quale era più grosso; insomma, sembravamo tutti in allegria quella mattina ricevendo nelle mani trecento grammi di pane. A mezzogiorno giungono in baracca i soliti marmittoni; mi tocca di mia razione una gavetta di brodo con quattro o cinque pezzetti di carota e un pezzetto di carne della grossezza di una noce. Sembravamo tanti leoni quella mattina, tutti colla testa sopra alle gavette guardando il capo gruppo a distribuire quella misera roba. Sergente, in quella gavetta non cia messo la carne, - qui nemmeno quattro pezzetti di carota; guarda la nella mi' gavetta cia messo un osso- , e cosa vòi, la dà a chi gli pare a lui la carne. -Di guarda quella gavetta là come è piena; - sergente distribuisci meglio.- , - Mi avete rotto i coglioni, faccio come conosco io e basta. Insomma quella mattina non ci fu un male, se non altro era un brodo che conteneva un pochino di sostanza. In giornata, otto o dieci gavette stavano sempre posate sopra la stufa a bollire ossi che venivano raccolti sul pavimento della baracca, lasciati andare dopo averli per lungo tempo tenuti in bocca e per mano succhiati fino allultimo spruzzo di carne che gli rimaneva. Alla sera un buon rancio; non si sa se fosse stato per miracolo oppure come un sogno: una gavetta per uno di carne di maiale tagliuzzata con sapore in specie di coteghino; il giorno di poi fu il medesimo. Ma fu presto lasciato e ritornati di nuovo alla solita acqua e rape.

 

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