Verso il campo di prigionia
Disfatta di Caporetto
Alfonso Lucarini racconta prigionia, fame, freddo a Cernizza (Crnice,) Slovenia il novembre 1917
In seguito allo sfondamento degli austro-tedeschi a Caporetto, il soldato Lucarini e i suoi compagni ricevono l’ordine di ritirarsi. Durante la marcia vengono però colti di sorpresa da una pattuglia austriaca, e si trovano costretti ad arrendersi. Inizia così per loro un lungo e duro viaggio verso il campo di prigionia, che vede come tappa intermedia il Castello di Lubiana.
Auf, auf; parve sentire gridare dalle guardie che si sorvegliavano. Era luna di notte quando infatti erano le guardie che ci chiamavano per mettersi in ordine per la partenza; ci alziamo su in fretta e furia mangiando pure qualcosa che i cucinieri ci avevano preparato e via, armi e bagagli, in direzzione della stazzione. Avanti allalba del due dicembre e dopo un cammino dì quattrore fatto un po faticando, dovendo tiare pure noi il carreggio, in strade affatto da lupi, rimanevano piantate le ruote fino alla sala, mentre noi ricoperti di fanga fino agli occhi, attaccati al timone dovevamo tirare come tanti bovi.
Giungiamo alle otto circa e dopo qualche ora di attesa imbarchiamo nei vagoni, ammucchiati un sopra laltri, come fossimo tante sardine nella botte. E dopo un lungo aspettare si muove il treno in direzzione dì Lubiana. Inutile tenersi fermi e a posto; la fame per qualche compagnia era già al colmo; ogni qualvolta che si fermava tutti col busto sporgente in fuori al vagone mostravamo ai borghesi chi un coltello, un fazzoletto, un palo di calze e qualche oggetto che fino a quel momento n'avevamo avuto in abbondanza, e mostrando con mani allungate quella roba gridando: Prut, prut, la prima parola imparata per tedesco. Qualcuno trovava da fare affari riuscendo portar via qualche pezzetto di pane in scambio di roba, qualcunaltro rimaneva allo sciutto, rimettendosi il treno in moto, e così rimaneva coll'occhi fissi su quelli che mangiavano facendosi venire lacquolina in bocca. Arrivati dopo dieci ore a Lubiana, anzi una stazzione prima, circa luna dopo la mezzanotte, ove trovammo guardie a baionetta inastata che attendevano il nostro arrivo.
Un po di neve si vedeva ancora comparire; nel terreno circostante laterale alla strada comparivano mucchi che avevano ammonticchiato per lasciar sgombro il passaggio e in mezzo a quella strada lastricata di ghiaccio ci mettono per quattro in direzzione di baracche ove ci avevano preparato un poco di acqua calda con un po di essenza di rum, un pezzetto di salame nella quantità di cinquanta grammi; e via un dietro laltro in baracca, dove no ci si capiva nemmeno ritti. Rimaniamo lì per quattro o cinque giorni, prendendoci le generalità, quale non era nemmeno da lagnarsi in quanto al trattamento: caffè alla mattina, mezzogiorno una gavetta di barbabietole tagliate a guisa di minestra, un mezzo chilo di pane era il nostro mantenimento; cera da lagnarsi soltanto per il dormire. Quando a sera, che davano pure il caffè, chiamavano in rango per andare a prenderlo, i più che si trovavano in posti buoni facevano a meno del caffè, benché ci fosse appetito e se ne stavano in baracca per non rimanere senza posto per passare la nottata. E così era dalla sera alla mattina un continuo bisbiglio. Buttati in là, qui è il mio posto-, - Ai!, mai pestato un piede; ma un momento d'educazione, è una mezza nottata che ti tengo sulle gambe, o cosa debbo farci se questo marmocchio qui, pigia pigia, mi ha messo fuori del tutto; o lazzaroni, è ancora tempo che la facciate smessa, ancora non m'è riuscito chiudere un occhio; scrivi a Cadorna! lai gridata viva la guerra, credevi fosse come mangiare un piatto dì pastasciutta; in una parola, troppo sarebbe descrivere minutamente i giorni trascorsi in quella località.
Partiamo dopo mezzogiorno, al quarto giorno, da quella dimora in direzzione di Lubiana e dopo una marcia di quattrore coll'acqua calda della mattina nella pancia, facciamo ingresso nel castello di Lubiana ove guardie in baionetta inastata e bastoni in mano attendevano il nostro arrivo. Fu presto fatta la consegna di noialtri e al suono di bastonate, tenendoci indietro, venne distribuita una mezza gavetta di farinata che venne bevuta in un attimo e uno addosso sullaltro venimmo ricoverati in piccole baracche fuori al castello per attendere nuovi ordini e la fine della nostra destinazione. La mattina dopo ci danno un mescolo di brodo e una mezza pagnotta e via in un piazzale in fondo al castello attendendo, tutti desolati e intirizziti dal freddo, nuovi ordini, quale dopo lunghe ore di supplizio viene ordinato di rientrare in baracca, riprendendo di nuovo una mezza gavetta di farinata e giù a ricoverarsi, ansanti che presto si risolvessero a sistemarci in qualche maniera. Fu la durata di tre giorni, in mezzo a quelle sofferenze quale dovevamo rimanere fuori dalla mattina alla sera per sistemare le carte; e con quell’arietta fina che tagliava l’orecchie e mal vestiti che s’avevano tolto ogni cosa, era un vero supplizio indescrivibile. Alla sera del terzo giorno veniamo messi in partenza e via in direzzione della stazzione ove un lungo treno stava preparato.