Fuga da Palmanova
Disfatta di Caporetto
Danilo Gracci racconta feriti, ritirata, ospedali a Palmanova (UD) il 29 ottobre 1917
Danilo Gracci è ferito, è stato trasportato alla stazione di Palmanova e ha bisogno di cure ma fatica a ottenerne perché intorno a lui sta esplodendo il caos che accompagna la ritirata di Caporetto.
29 ottobre
Ore 22. Alla luce di una lampada scorgo una faccia che non mi è ignota. La fisso: è Luigi Poletti di Livorno mio amico di studi ed appartenente al 129.mo Fanteria.
Anch’esso ha da narrarmi le sue peripezie di quei tristissimi giorni. Era in ospedale affetto da malaria. Arrivarono i cavalleggeri prussiani e fece appena in tempo a porsi in salvo sulla strada che conduceva a Palmanova.
Veduto dunque che treni non ne arrivavano e saputo che il nemico si avvicina a gran passo, dopo un breve consiglio, io e Poletti decidiamo di allontanarci da Palmanova già tutta in preda alle fiamme. Sono le ore una di notte. A stento mi alzo dalla barella, mal reggendomi in gambe, con l’aiuto di un bastone faccio qualche passo dolorando terribilmente anche perché da quasi quattro giorni non vengo medicato. Penso però fermamente che non voglio cadere ferito nelle mani dei tedeschi preferendo ciò MORIRE subito.
Ci incamminiamo penosamente lungo il binario che conduce a S. Giorgio a Nogaro e facciamo così tre chilometri in quattro ore. Alle cinque di mattina del giorno 30 ottobre ci troviamo presso un passaggio a livello sulla strada passano incessantemente truppe di ogni arma e cariaggi di ogni genere.
Veniamo raccolti da un onnibus della C.R. inglese ed il 1 novembre alle due di notte senza esserci mossi da detto onnibus (ove peraltro ci sono altri sette feriti) giungiamo a 2 km dal Tagliamento. Da due giorni non abbiamo di che mangiare. Piove dirottamente. I cavalli non possono più tirare il pesante veicolo perché anch’essi sono privi di alimento da cinque giorni.
Un’immane colonna umana percorre interminabile la strada sulla quale ci troviamo. È l’intera terza armata che, priva di comando e lasciato il Carso insanguinato sul quale un Principe ed un popolo seppero vincere undici gloriose battaglie.
Il dolore provocato dalla ferita è grande, ma un’altra ferita mi s’apre nel cuore.
Tanti mesi ho vissuto ed ho operato allo scopo comune su quelle rocce infuocate, ed ora in volger di due giorni ciò che l’odio ed il valore nostro contro il nemico esasperato ci avevano fruttato in anni di lotta è tutto perduto ed ancor più tanto più!
La triste notte del due Novembre alle ore due la vettura sulla quale sono trasportato, sprofonda col suo carico sanguinante sul fossato laterale della strada. Siamo a due chilometri dal Tagliamento. Riesco a togliermi dalla vettura ed a trascinarmi fino al piano della strada sul quale vengo raccolto, posto su di un mulo e su questo proseguo sino a passare il Tagliamento. Il ponte di legno su questo fiume si scuote per la corrente impetuosa. Dopo atroci sofferenze giungo alle del 2 novembre a Morzano ove vengo ricoverato, soccorso e ricoverato all’ospedale da campo 013.
Da qui vengo imbarellato e mi pongono su di un carretto con altri feriti. Dopo aver traversati i paesi di Albaredo e Mussion giugno a Portogniaro sono scaricato dal carretto e posto (sempre in barella) su un treno che alle ore 23 del giorno 2 novembre parte per Mestre. Le notizie che udiamo sono poco confortanti. I nostri sempre incalzati dal nemico che non dà quartiere non possono efficacemente organizzare la resistenza sul Tagliamento.
Reggimenti di cavalleria che io avevo veduto sfilare incontro al cammino, sono rimasti sacrificati per attutire l’urto delle masse nemiche.
Il treno ove vengo posto è formato di tutti carri-merci e da bestiame ed è pieno di gente d’ogni qualità: profughi, soldati feriti, buoi, capre, bambini, ecc. Tutto si tenta di salvare. Poco dopo il treno parte. Alle 4 di mattina del giorno 3 novembre giunge a Mestre.
Qui i feriti hanno cure amorevoli da parte della Croce Rossa ed alla stazione molte signore si avvicinano alle nostre barelle per confortarci e sostentarci.
Io vengo trasportato nell’ospedale Iordan che trovasi presso la stazione. In tale ospedale mi si estrae una delle due pallette penetrate nella coscia. Provo poco dolore non essendo questa palletta entrata profondamente nelle carni. Vengo medicato, rifocillato e il giorno 4 novembre mi pongono sul treno ospedale n.21 per giungere il giorno seguente a Modena. Qui vengo ricoverato nell’ospedale di Riserva S. Paolo letto n. 43. Faccio telegrafare a casa del mio stato pregando contemporaneamente di farmi le carte per il trasferimento d’ospedale e per poter essere così curato a Livorno.
8 novembre
Giunge a Modena babbo ed alla direzione dell’Ospedale arriva il telespresso del Magg. Prof. Anzillotti che autorizza il mio trasferimento nell’ospedale C.R.I. di Livorno.
7 novembre
Completate ed espletate le pratiche posso partire con babbo alle ore 19.19. viaggiare è un problema. I treni sono trappole umane. Alle ore una di notte del giorno 8 novembre (mio compleanno) giungiamo a Livorno e quindi a casa. Scampato dalla morte e dalla prigionia per divino miracolo mi sembra ancora di sognare.