Pasqua lontano da casa

Umberto Della Scala racconta famiglia, dissenso a Conselve (PD) il 31 marzo 1918

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E’ Pasqua: c’è una nebbia che fa venire la smania, specie ad essere qua distante dai miei cari. Nel pensare, mi viene le lacrime agli occhi. Ma finirà questa maledetta Guerra? Avrò la fortuna di tornare a casa? Queste sole sono le domande che mi faccio; mentre scrivo solo solo sento battere le ore e sono le 10 di sera e i suoi rintocchi mi fanno pensare, pensare sempre ed a che? Ad una sola cosa: ai miei cari distanti, alla mia cara casa. Solo a questo penso. Stamani ho ricevuto lettera da casa e mi rimproverano perché non ricevono posta: ma che cosa ci posso fare: o forse non gli ho sempre scritto? Vigliacco, vigliacco colui o coloro i quali sono stati quelli che hanno messo in guerra, che ci hanno strappati dai nostri cari, dalle nostre case e che già molti non torneranno più e che molti ancora dovranno restarci fra queste già insanguinate Terre. Ma perché noi ignoranti che abbiamo la forza in mano non facciamo come in Russia? Essendo qui in questa solitudine, poiché anche Bocci è fuori con Salimbeni, mi viene in mente la cara Firenze che mai potrò scordarmi e piango, piango la mia bella libertà perduta: piango perché non so cosa mi potrà capitare il domani, perché ora sono distante dal pericolo, ma per quanto ancora? Piango perché non so se potrò riabbracciare i miei cari. Meno male che da oggi sono entrato cuciniere effettivo, ma avrò la fortuna di restarci? Non mi riesce di prender sonno; è meglio che scriva una cartolina a Rinaldo. Ho risposto a casa.

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