La lettera di D'Annunzio
Dorotea Candotti racconta irredentismo, famiglia a Trieste il agosto 1915
Dorotea Candotti è una bambina che nell’agosto del 1915, mentre infuria la guerra tra Italia e Austria, vive a Trieste in una famiglia animata da sentimenti irredenti.
Nel 1914 scoppiò la guerra e, per noi triestini, fu un periodo molto duro. Nel 1915, poi, mio padre, come molti altri triestini che occupavano posti importanti, perse il posto di Direttore del Liceo femminile “Giosuè Carducci” – Fortunatamente, prima di laurearsi in lettere antiche, più storia, geografia e filosofia, si era laureato in giurisprudenza ed aveva anche esercitato per qualche anno come avvocato e poi giudice. Così potè riprendere la vecchia professione. Fu anche bibliotecario, felice di esserlo per la passione che aveva per i libri. Ma non bastava, per una famiglia tanto numerosa. Avvenne che un commerciante di Trieste si innamorò della nostra villa e, anche se con grande dispiacere, Luigi si decise a vendergliela. In quel periodo, il glicine che ricopriva la pergola, dal cancello, era tutto un ronzio di api, tutto un brillare di un dolce e profumato azzurro
Trovammo senza difficoltà un appartamento molto ben sistemato in via Acquedotto, al terzo piano, con sei stanze, tutte su una fila, dallo stesso lato; la cucina dava invece sull’altro lato della casa, che l’ambiente era ampio, con doppie finestre, proprio una bella cucina, e su quello stesso lato, dava anche il bagno, una spaziosa stanza per la servitù e un piccolo gabinetto […]
Quando lasciammo la villa per scendere in via Acquedotto, era il 1915, e il Natale era vicino. Io fui ospitata dalle zie, le due sorelle maggiori di Edvige (la madre di dorotea, n.d.r.).
La sera, a cena, ci riunivamo tutti quanti da loro e zia Fanny. In quel giorno di festa, preparò tutto l’occorrente per farci le frittelle. Lievitato l’impasto tutto era già pronto per la cena, la zia mise una grande padella per friggere sul fuoco, allora per friggere si usava soltanto lo strutto. Io mi sentivo euforica e – aspettando i miei cinque – genitori e fratelli – cercavo di aiutare a preparare la tavola e giravo in continuazione.
Zia Fanny ad un tratto, non so per quale motivo, si mosse con la padella fumante in mano, scontrandosi con me che ero arrivata silenziosa dietro le sue spalle. In questo sfortunato scontro, il grasso bollente mi colò sul collo. Fu un dolore fortissimo e certamente devo aver urlato. La zia, spaventatissima, chiuso il gas e riposto tutto, si dedicò a me. Chiamò subito il dottore che, fortunatamente, non stava lontano. Lui fece del suo meglio, prima correndo in farmacia per fornirsi del necessario, poi medicandomi.
Quando arrivarono i miei, non dicemmo nulla, ma Edvige si accorse subito dell’accaduto e si disperò per me…
Si misero tutti a ridere soltanto quando io, malgrado il dolore, chiesi: “,,,ma, e le frittelle?”
[…]
[Un giorno] mio fratello e io salimmo nella nostra soffitta, attraversammo un lungo corridoio che aveva da un lato l’appartamento del custode del palazzo.
Entrammo nel recinto e, spostammo con fatica la sbarra messa per fermare lo sportello che dava sul tetto.
“Vado io che sono più leggera!” borbottai salendo sulle casse e cercai con tutte le mie forze di uscire dallo sportello. Avevo ben ferme le mie braccia posate già sul tetto e mi guardai attorno:
“Oh! Felicità! Ce n’è una!”. Mio fratello mi passò un ferro e io riuscii a recuperare il prezioso pezzo di carta.
“Dimmi cosa c’è scritto!” urlai e mio fratello rispose:
“C’è proprio la firma di D’Annunzio!”
“Ma che fai? Scendo da sola!” urlai sentendomi tirare per le gambe.
Stavo per dirgliene altre quattro quando, con terrore, capii che quelle erano le mani di mia madre… Tiratemi giù mi strinse forte a sé dicendo: “Disgraziata, ma non capisci che da questo punto potevi scivolare?”
Chiudemmo tremando la nostra soffitta e andammo tutti e tre a sedere attorno al tavolo di cucina.
[…]
Misi la lettera sul tavolo, perché Edvige la leggesse, ma lei prima andò alla credenza e scelse dei cioccolatini della Riserva dicendo: “Per rinforzarci, perché sarà un’emozione!”
Approfittai per dire: “Non racconterai al babbo che l’abbiamo avuto, vero?”
“Ma ti pare! Al babbo si deve dire tutto quello che succede in casa, ma ora leggiamo e se tu, Maria, non capisci qualcosa, alza la mano e te la spiegheremo”.
E così lesse:
“Coraggio, fratelli! Coraggio e costanza! Per liberarvi più presto, combattiamo senza respiro e grande è il valore dei nostri. Ve lo Giuro, fratelli, la nostra vittoria è certa: la bandiera d’Italia sarà piantata sul colle di San Giusto!
Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima.
L’alba della vostra allegrezza è imminente.
Dall’alto di queste ali italiane, a voi getto per pegno questo messaggio e il mio cuore!
Gabriele D’Annunzio”
7 agosto 1915
Eravamo felici perché D’Annunzio desiderava infonderci speranza e certezza: fra poco gli italiani sarebbero arrivati! […]
Io pensavo che, quando il babbo ci diceva che Trieste era italiana da tanto tanto tempo, diceva una grande verità ed era molto bello che chi triestino non era comprendesse i nostri sentimenti e partecipasse alla nostra gioia. Nelle giornate che seguirono, il volantino di D’Annunzio fu letto e riletto mentre raddoppiarono le urla e i capitomboli sul nostro prato, così come raddoppiarono le visite di parenti e amici e i loro conciliaboli serali in casa nostra, con Luigi ed Edvige al centro…
Pur non avendo i mezzi di comunicazione di cui oggi godiamo, ci arrivavano giornalmente le notizie sulla guerra, e se, fortunatamente, poche erano le volte che abbiamo versato lacrime, molte erano le notizie che ci rallegravano tutti.
Nell’entusiasmo del momento, mio padre scrisse una lettera di ringraziamento a D’Annunzio e questi gli rispose dimostrando la sua commozione.
Mio padre a sua volta fece dono di questa lettera al Sindaco di Trieste del quale ebbe lodi e complimenti.