Sono vivo
Disfatta di Caporetto
Vincenzo Farina racconta amore, ritirata a il 12 novembre 1917
Dopo una brevissima lettera del 5 novembre, il 12 novembre Vincenzo Leporini riesce a riprendere in mano la penna per raccontare alla sua Jone parte di quel che ha vissuto nei giorni di Caporetto
Carissima Jone mia,
scrivo dalla sacrestia d’una bella chiesa che raccoglie intorno a sé delle povere case il cui destino futuro è molto dubbio o forse non è dubbio affatto, se la guerra dovesse per qualche mese ostinarsi qui. Povere case manomesse, violate nella loro più dolce e sacra intimità, abbandonate dagli sventurati che vi avevano raccolto tutti i loro affetti migliori! E’ uno strazio, anche più che una vergogna, i giorni che andiamo vivendo. Se potessero assistere a questo tragico dolore di povere famiglie atterrite e disperse, i disgraziati colpevoli che aprirono le porte del paese al nemico, trascurandole, arrendendosi! Dio voglia che giorni migliori vengano, presto, per l’onore del nostro paese, dell’esercito e di ciascuno di noi; poi venga la pace. Io – posso ora dirlo – da tanto tempo avevo smesso la speranza che noi si potesse arrivare a quella piena vittoria, da cui si aspettava il coronamento delle nostre aspirazioni e perciò credevo a un accordo per la pace... E’ venuto il peggio. Ma chi lo sa? Se i nostri soldati saranno come quelli che qui combattono o come la nostra brava brigata Aqui, il 17°, e il 18°, se si ricorderanno d’aver dato tante meravigliose prove di valore, e se gli alleati, e lo possono, faranno sul serio, la pianura veneta potrebbe essere la tomba della potenza tedesca. Dio voglia che sia così; perché la prepotenza dovrebbe aver ragione? Purtroppo, dopo la lettera , brevissima, che ti scrissi dalle vicinanze di Treviso, per annunziarti l’arrivo della tua posta, non ne ho più avuta; spero che domani mi si farà avere; non che essa non arrivi, ma non arriva a noi, che si va di qua e di là. Contemporaneamente che a te, scrissi alla signora Gigia per annunziarle che probabilmente , anzi certamente, Vittorio deve essere prigioniero a quanto mi dissero al suo reggimento che incontrai nel ritirarmi. Naturalmente, non ho avuto giornali; serbami quello dov’è il mio articolo pel nostro povero amico; avrà la povera famiglia avuto conoscenza di quello apparso sul giornale II mattino? A noi il giornale nulla comunicò e io credetti, con Vannucci che l’avesse cestinato. In caso scrivi alla famiglia , indicando il numero e la data, perché possa avere dalla direzione la copia desiderata.
Tu mi domandi dei miei...versi ; io non ne ho più copia e sono lieto che almeno una sappia a chi è in mano; ma ormai essi non hanno, per me, che un valore archeologico, salvo qualche momento di felicità lirica; altra è la vera poesia e quella non mi pare di averla, anzi certo non l’ho; fui un buon facitore di versi, null’altro. Del componimento per le nozze di Gina, ch’era sentito, non serbo copia; quando sarò in Ascoli, lo rileggerò volentieri. Altri volumi... non ho sulla coscienza e quello di cui tu parli, in cui c’entrano gli occhi etc. . . . , è di S. Farina. Ma lasciamo andare queste miserie, alle quali sono stato tratto dal desiderio di risponderti.
Grazie per quello che fai per Elio e non preoccuparti per carità delle stravaganze de’ miei, alle quali io non annetto importanza alcuna; ti farei, se potessi, un vaglia, perché soldi ne ho, oltre che per ultimo residuo di...
(incompleta, Ndr)