"Non aver paura del germanico"
Disfatta di Caporetto
Vincenzo Farina racconta famiglia, amore a Ascoli Piceno il 28 ottobre 1917
Nei giorni della disfatta di Caporetto, Vincenzo Farina riceve le lettere che l’amata Jone Leporini gli scrive per incitarlo e sostenerlo
Vincenzo mio amatissimo,
ricevo ora la tua lettera del 23, scritta all’osservatorio. Tu in essa mi parli di quiete e poi è venuto quello che è avvenuto, ma io non sono scoraggiata, né avvilita. Coraggio Vincenzo mio. Direi che preferisco l’azione all’inerzia, perché essa affretta in qualunque modo la fine che ti ricondurrà a me, finalmente a godere e per amarci. Non dico che la mia agitazione non sia cresciuta in questi ultimi giorni, ma traggo da essa maggiori forze, mi sento più viva; l’amore mio per te mi pare più grande ed più grande perché sento che in questi momenti tu hai più bisogno di una fedele personcina che ti sta presso con l’animo, col pensiero, con la più tenera trepidazione. Coraggio Vincenzo mio amatissimo. Io prego per te. La gioia di essere tua sarà grande grande, perché verrà dopo tutto questo soffrire. Sono orgogliosa di te, del mio amore: sono forte insomma. Se soffro è perché ho il rimorso di essere stata cattiva con te e perché mi pare di non poterti mai abbastanza amare. Ho mandato alle tue sorelle le preghiere che tu conosci: spero che le diranno con fervore. La preghiera ci darà fede e speranza. Tu mi parli delle tue letture. Ho la novella di Panzini che mi piace assai. Non ho letto Mitì, perché mi pareva che non dovesse piacermi. Lo leggerò subito. Il tuo parere è la guida mia. È vero che ho poco tempo per leggere. Ora lavoro con accanimento alla sera fino a tardi perché voglio spicciare tutto quel poco che manca per preparare il nostro dolce nido. Sarà di buon augurio, Vincenzo mio caro.
Poi appena finita la guerra comprerò tutto quel che manca e tu mi troverai pronta. Del vaglia ho speso già L. 20 per Elio e L. 10 ho dato a Monti. Per Elio ho speso una ventina di lire per i libri e una scatola di compassi che Gigi non ce li ha. Da P. Venanzo si paga pare a contantissimi. Del resto io non me li faccio chiedere nemmeno una volta. Quel frate mi è antipatico. Chi sa perché. Ha un non so che di lumacoso e a me piace – non parrebbe è vero? – la gente che scatta e che fa arrabbiare. Oh, mio caro maritino mio, tu sai che voglio dire! Ti voglio vedere arrabbiato perché mi piace tanto, dopo, fare la pace. Intanto sei in pace con me o mi serbi qualche rancore? Ecco che torno a preoccuparmi. Torniamo alla guerra. Non aver paura del germanico, Vincenzo mio. Egli cerca di mordere come un cane arrabbiato perché vuol farla finita. Dio voglia che i nostri sappiano resistere. Sì, Vincenzo mio, credo, come tu vuoi, che resistere e far tacere le sofferenze e render paziente l’attesa: questo è necessario. Chi si deve odiare, è poco, disprezzare, è il russo vigliacco. Esso e il tedesco, dopo la guerra devono sopportare l’odio universale. Va bene che parli così? Mi vorresti diversa? Non so perché l’offensiva tedesca non mi mette paura. Son forte, son forte Vincenzo mio. Sono, direi, orgogliosa. Ma intanto tu non mi parli di licenza.
Riprendo la lettera alle due. Ho dovuto interrompere per una delle solite seccature. Poi sono stata alla messa di mezzogiorno. Sono tempi di sacrifici e di pianto. Quando la bufera sarà passata ricorderemo insieme l’amico perduto e ci conforteremo della sua perdita l’un l’altro. Ora pare ancora un triste sogno.
Dino non ha scritto oggi. Ieri in una cartolina si lagnava del nostro silenzio. Digli quando lo rivedi che noi pensiamo sempre a lui, che mamma gli scrive, stentatamente, tutti i giorni. Certe volte a vederla scrivere a stento, piangendo talvolta, mi fa pena. Digli che stia di buon animo e che non si faccia vedere bravo e forte, altrimenti...
Soffro pensando che tutto quanto ti dico, potrai leggerlo chissà quando. Mancano da 20 giorni notizie di un fratello delle Carpani che era vicino a Tolmino. Oh mio Dio, fino a quando? Mi risollevo pensando all’avvenire, il tuo accenno ai nostri figlioli mi ha empito l’animo di una sacra tenerezza. Come li amerò Vincenzo mio i bambini che tu mi darai! Coraggio intanto. Ti bacio con passione,
Jone tua.
Sta tranquillo: sul giornale del Mattino c’era il tuo articolo per Lupi, giorni fa.