Avanti sempre!
Rocco Egidio De Bonis racconta combattimenti, assalti, feriti, morti, orrori, nemici a Santa Maria, Tolmin, Slovenia il 28 settembre 1915
Poco più di un mese dopo una fallimentare azione sul monte Santa Maria, di fronte a Tolmino sull’Isonzo, la brigata Valtellina è chiamata a ripetere la stessa azione. In quelle ore il sottotenente Rocco Egidio De Bonis resterà gravemente ferito
Si lavora alacremente nei preparativi dell'attacco che deve avere inizio verso le 8 di stasera. Truppe da impegnarsi: i resti del I Battaglione, rinforzati da elementi del II e del III ammontanti a circa cinquecento uomini, appoggiati da una batteria da 65, due da 75 e da una batteria di obici. Ben poca cosa di fronte alle poderose difese da affrontare.
Alle 17 ha inizio il fuoco dei nostri pezzi, di cui gli austriaci rispondono con un rabbioso tiro di controbatteria. Attacchi dimostrativi avvengono frattanto sul Mrzli e su S. Lucia. Il cielo è nuvoloso e il giorno morente diffonde sul paesaggio una luce fosca. Sull'imbrunire muoveremo alla conquista del famoso trincerone di S. Maria. Gli ultimi momenti trascorrono negli ultimi preparativi. Ci assicuriamo che le squadre abbiano le pinze, i tubi di gelatina e le bombe a mano. Il bombardamento è cessato del tutto, il silenzio domina intorno; pare che i due giganti stiamo a guardarsi e a misurare le loro forze prima di avventarsi. Il nemico, che ci attende al varco, dista appena un centinaio di metri; se buttasse giù pietre e bombe, farebbe una carneficina.
Io comando interinalmente la 3^ Compagnia, il sottotenente Lucrezi la 4^: questi due reparti inizieranno il movimento. Affido le mie poche cose e le ultime volontà al tenente Messini che mi abbraccia, formulando auguri di vittoria e d'incolumità.
Una pattuglia esce carponi, spingendosi fino ai reticolati e constata che due varchi sono aperti fra un groviglio di fili spinati. Un nucleo di tagliafili, protetti da piccoli scudi, avanza e cerca di allargare i varchi esistenti e aprirne uno nuovo.
L'operazione procede a fatica, quando un orribile scoppio getta lo scompiglio fra gli audaci: si tratta di una mina o di una grossa bomba? Alcuni si abbattono sopra gli scudi, i pochi superstiti rimangono storditi. Altri soldati corrono a coprire i vuoti.
Alle 20 un fonogramma urgente del comando di reggimento ordina di iniziare immediatamente l'avanzata. La truppa è animata dal più grande entusiasmo, nonostante la prova dolorosa del 16 agosto, che ha lasciata in tutti profonda impressione per le perdite subite. Alle 20,15 circa le due compagnie fucilieri, precedute da squadre di arditi tagliafili, si muovono contemporaneamente. Appoggiamo i piedi sui gradini, preparati in precedenza dagli zappatori, e oltrepassiamo il parapetto della trincea-camminamento. Andiamo avanti come in un sogno; superiamo il primo reticolato, stiamo per oltrepassare il secondo, allorché una intensa scarica di fucileria c'investe. Alcuni cadono, molti rimangono indecisi se proseguire o fermarsi.
- Avanti sempre! - gridano gli ufficiali. Barcollanti in mezzo a rottami di filo metallico e a cavalli di Frisia contorti e fracassati, sostenendoci l'un l'altro, riusciamo, a prezzo di grandi sacrifici, ad oltrepassare il secondo reticolato. Siamo forse a non più di cinquanta metri dal diabolico trincerone. I fucili, le mitragliatrici e le bombe mietono vittime; i razzi illuminano come lampade elettriche il terrificante Golgota e i suoi cristi insanguinati. L'angusto spazio di terreno si direbbe un braciere, in cui si vedono forme che roteano e si abbattono fulminate da mezzi di offesa invisibili o che si accoccolano come cercando un riparo, e i feriti si dimenano e lanciano grida appena percettibili in questo caotico crogiuolo. Le altre due compagnie seguono il nostro movimento. Un uragano di fuoco si ode sulla destra e sulla sinistra, ove operano dimostrativamente il II° Battaglione e il battaglione alpino “Exilles”. Siamo lanciati in un'avventura donde difficilmente ne usciremo salvi. Se fossimo respinti potremmo ritrovare il passaggio fra i cumuli di filo di ferro abbattuto e avviluppato?
Gli austriaci, che avranno con cura osservata la modesta entità della massa degli attaccanti al grido di urrà scavalcano i ripari e si avventano contro di noi che siamo in pochi e demoralizzati dalle perdite subite. La mischia è furibonda, il momento è angosciante. I soldati si riducono sempre più di numero, i superstiti raddoppiano il loro coraggio; i più audaci lavorano con la baionetta , altri sparano fucilate alla rinfusa e gettano bombe a mano. In un supremo tentativo di disperazione io lancio un ultimo grido: “Avanti, soldati, Savoia, avanti sempre!”. Un sussulto agita gli eroi che si animano e, urlando, si scagliano sempre più furibondi, ma il nemico ci soverchia col numero. Sarà impossibile resistere ancora; credo che si cominci a cedere. Un austriaco, che ha ravvisato in me un ufficiale, mi si avventa contro e tenta di colpirmi con una baionetta. Con la mano sinistra devio l'arma affilatissima che sta per infilzarmi, e con due colpi di pistola abbatto l'importuno. Sto per rincuorare ancora i miei fanti, quando un avversario, inginocchiato, da pochi metri di distanza mi prende di mira col fucile e spara .................... …......................................
Verso le ore 22 rinvengo al posto di medicamento, curato e confortato dai carissimi amici, sottotenenti medici Mainoldi e Bertero. Ho la forza di sollevarmi dalla barella, ma ricado ed ho un breve momento di deliquio. Mi bagnano le labbra con del cognac che mi ridà un po' di energia. Il dolore al fianco è acuto e m'impedisce la respirazione; ogni piccola mossa mi produce atroci spasimi. Cerco di riordinare le idee e di correre dietro alla ridda dei ricordi confusi; rammento fiammate, luci improvvise, grida e morti e di avere provato la sensazione di essere stato colpito al fianco destro da un grosso sasso che mi ha fatto cadere esanime sui cadaveri. Domando notizie dell'azione: mi rispondono che i risultati sono stati catastrofici, i caduti sono molti e i pochi superstiti, respinti, hanno raggiunto la trincea di partenza. Il nemico, che è stato degno di noi, ha annientato il nostro violento assalto; debilitato, però, dalle perdite gravi, non ha avuto la forza di proseguire nel contrattacco e si è ritirato nel trincerone.
I feriti si accalcano all'entrata del meschino abituro e i due medici si sforzano di curare tutti sollecitamente: applicano bende, cerotti, iniettano liquido antitetanico. Con sguardo accorato passo in rassegna la scena pietosa di gambe rotte, di visi smunti, di corpi agonizzanti, ai quali è difficile dare aiuto efficace, mancando mezzi adeguati e le necessarie comodità. La maggior parte, dopo una sommaria fasciatura è istradata al secondo posto di medicazione.
Io ho vicino il mio attendente e tre soldati, cui se il mio organismo riuscirà a vincere la gravità del male, sarò debitore della vita. Mi raccontano che, avendo creduto ch'io fossi morto e, volendone ricuperare il cadavere, mi hanno trascinato per un piede in un burrone, ove invece hanno costatato che il cuore batteva ancora. Depostomi con precauzione in un telo di tenda, mi hanno trasportato qui. Non mi faccio soverchie illusioni: il mio stato è allarmante, avverto un forte dolore al fianco destro, respiro e parlo a fatica. La pallottola, penetrata nell'addome, avrà leso l'intestino; il foro d'entrata è nell'ipocondrio destro e quello di uscita è presso la spina dorsale: me ne accorgo quando istintivamente porto la mano alle reni. L'amico Bertero mi pratica una iniezione antitetanica e, per nascondermi la gravità delle mie condizioni, chiude in una busta la tavoletta diagnostica dei feriti gravi e l'affida ad un graduato. Quatto robusti portaferiti mi trasportano al secondo posto di medicazione di Kamenca.