Magnifico spettacolo
Ventiquattro maggio
Rocco Egidio De Bonis racconta battesimo del fuoco, combattimenti, assalti, feriti, cattura di prigionieri, morti a Monte Korada, Slovenia il 24 maggio 1915
È la notte del 24 maggio, le ostilità tra Italia e Austria sono appena iniziate e la brigata Valtellina, di cui fa parte il sottotenente Rocco Egidio De Bonis, avanza sul Carso
Magnifico è lo spettacolo che presenta la Brigata Valtellina qualche momento prima di iniziare la marcia storica. Sollevo la testa, tentando di abbracciare con lo sguardo, nella notte vagamente illuminata dal cielo stellato, tutta la infinita colonna dei grigio-verdi. Sono 6000 uomini, presaghi dei grandi eventi che stanno maturando, coscienti dell'enorme responsabilità che affida loro la Patria, fidenti nel proprio valore, pronti a qualsiasi disagio e all'estremo sacrificio. Quanti pensieri rimugino nel mio cervello! Pregusto già la gioia della vittoria, vedo nella fantasia le trincee avversarie, i reticolati, gli scoppi delle granate e gli uomini correre correre e sopraffare il nemico. Ma subito giudico pazzeschi simili progetti; occorrerà piuttosto molta prudenza contro un esercito, come l'austro-ungherese, già pratico di guerra e organizzato saldamente.
Nella notte profonda, sotto un cielo trapunto da milioni di stelle, non si ode una voce; il silenzio è rotto solo dai comandi secchi degli ufficiali. Questi vanno da un capo all'altro dei rispettivi reparti per assicurarsi che tutto sia in perfetto ordine. Il glorioso vessillo del reggimento è affidato al nostro I Battaglione e noi avremo l'incarico di custodirlo gelosamente, di mantenere la gloria e di difenderlo fino all'ultimo sangue.
All'una, dopo che il comandante del reggimento ha ispezionato i battaglioni, c'incamminiamo lentamente con le regolamentari misure di sicurezza.
E l'epopea ha inizio in uno scenario vasto e e maestoso sull'erba nascente!
La tenue rumore dei passi si perde lontano, il tintinnio delle baionette dei fucili ha un'eco di forza nei nostri cuori.
Tocchiamo piccoli villaggi aggrappati alle rocce, come nidi di rondini sotto la gronda. A Prepotischis (così è nominato sulla carta militare che ho con me) la brezza mattutina e l'ora insolita non impediscono ad alcune donne di affacciarsi alle finestre e guardarci con un'espressione di fierezza. Da un piccolo balcone, ricco di piante ornamentali, una vecchia e una ragazza bionda contemplano la scena con gli occhi ridenti ma velati di pianto. Il mio pensiero vola lontano lontano alla casa natia. Una donna scalza sorride e lancia dei fiori ai primi soldati che le passano accanto.
Alle 4.20 raggiungiamo il confine, segnato dal fiumicello Iudrio, la cui acqua, piena di tremolii,si allontana fra vivaci serpeggiamenti nella valle profonda, tutta sassi, sterpi e cespugli. Dopo una sosta di parecchi minuti, durante i quali ci disponiamo in ordine di combattimento, mirabilmente fusi in una sola volontà d'intenti e stretti intorno ai capi, mettiamo piede in territorio nemico che calchiamo con voluttà incontenibile. Sembra un sogno toccare questa terra, meta invocata da tanti martiri e che i nostri antenati, a cominciare da Druso, bagnarono di prezioso sangue; sangue tutto nostro, da cui scaturiranno unità d'intenti, spirito di sacrificio, fiducia cieca nelle nostre forze e sentimento del dovere, virtù che finora facevano difetto nel nostro popolo.
Io sono di scorta con mio plotone alla sezione mitragliatrici del tenente Saccozzi.
Udiamo un primo colpo di cannone della batteria da montagna che è a sostegno della brigata, e poche fucilate provenienti da una caserma austriaca di confine: è il battesimo del fuoco .Una pallottola ferisce alla mano destra un soldato della 11a Compagnia, che è subito medicato. La commozione invade tutti i cuori. Pochi gendarmi sparano ancora qualche colpo di moschetto e fuggono. L'avanzata prosegue lenta e faticosa, ma ininterrotta, sulla mulattiera che sale, rovinata e sbarrata da ogni specie di ostacoli. Dò un'ultimo sguardo alla terra d'Italia che ci auguriamo rivedere da vittoriosi.
Il primo obbiettivo del 66° Reggimento Fanteria è l'occupazione di Monte Korada, importante caposaldo della dorsale M. Ieza-Korada-S.Martino-Medana, il cui segnale trigonometrico è a 812 metri sul livello del mare.
La mulattiera che s'inerpica su per i fianchi del monte, è ingombra di materiali e di tronchi di alberi che sembrano colonne schiantate. Sono stati abbattuti dal nemico per ostacolare la nostra avanzata: ma gli zappatori con una fatica pari all'audacia, rendono agevole il cammino.
Verso le ore 15 le prime compagnie, occultate dalla vegetazione, si fermano per proteggere col fuoco, nel caso che l'evento lo richiegga, l'avanzata delle altre. Infatti gli austriaci, che saranno trincerati presso la cresta del monte, aprono il fuoco in maniera così intensa e repentina da costringere i reparti antistanti a fermarsi. I nostri rispondono. Il nutrito fuoco dei fucili, delle mitragliatrici e dei pezzi da montagna dura più di mezz'ora; al crepitìo dei colpi risponde l'eco della valle. I lamenti dei feriti si confondono con i comandi decisi degli ufficiali.
Senza indugiarci in lavori inutili di rafforzamento, ci spingiamo avanti, incuranti della morte, fino a duecento metri dal nemico. Il fuoco della poca artiglieria sostiene magnificamente la nostra avanzata; le effimere trincee di battaglia costruite dall'avversario vengono battute sistematicamente.
Frattanto pattuglie ardite si spingono carponi fin presso la cima del monte e con stupore notano che gli austriaci si ritirano in gran fretta. Ne è avvertito il comando di battaglione, il quale, dopo aver segnalato all'artiglieria di allungare il tiro, dispone che le due compagnie di prima linea muovano alla conquista del monte. I soldati, animati dall'esempio dei superiori, si slanciano veloci su per l'erta accidentata, e, in pochi minuti, raggiungono la vetta del monte Korada. Diciotto prigionieri, fucili, munizioni e una mitragliatrice rimangono nelle nostre mani. Perdite del reggimento: cinque morti e una ventina di feriti. I morti vengono seppelliti presso Zapoto.
Vi veggo, o Eroi, caduti sul campo dell'onore, con il capo cinto di un alloro immortale! Il modesto tumolo è senza un fiore e senza una lacrima, ma segna una tappa nel glorioso cammino che la Patria ha intrapreso!
I prigionieri che rappresentano per noi il primo ambito trofeo della campagna, sono oggetto di curiosità da parte di soldati e di ufficiali, desiderosi di osservare quale viso e quale divisa essi abbiano. Sono subito fatti accompagnare al comando di reggimento, ove saranno sottoposti ad accurato interrogatorio.