Il mio siluramento

Bruno Palamenghi racconta disciplina militare, famiglia a Pradis (UD) il 24 settembre 1916

24 Settembre – Il Generale Ruggeri Laderchi – Comandante del Corpo d’Armata (Cesare Ruggeri Laderchi, tenente generale comandante dell'8° corpo d'armata, Ndr) – viene a visitare ed ispezionare il mio Regg.to, mentre ci troviamo alle istruzioni, fuori gli accantonamenti ma ... per la maligna e perversa interpretazione voluta dare alla mia seconda domanda presentatagli per via gerarchica ai primi di Settembre, per ottenere il trasferimento del mio Gino al mio Regg.to od al 228° questo eccelso Signore, fiero mascalzone – impareggiabile vigliacco – viene col proposito – col proponimento – di farmi uscire dai gangheri – mandarlo alla forca – al diavolo – e mettermi sotto processo per insubordinazione.

Il Reggimento non ancora erasi potuto riorganizzare – riordinare – sistemare – per mancanza del tempo necessario – dopo il mese disastroso di trincea sul Vertoibizza – ove, Ufficiali e Truppa, stavano permanentemente in mezzo all’acqua del torrente o fiume – in mezzo al fango – e continuamente sotto il tiro delle mitragliatrici e fucilerie del San Marco.

Non ancora avevo ricevuto dai Magazzini di 2a linea, gli oggetti di corredo – armamento – e materiale vario, già da tempo da me richiesto.

Ebbene! questo fiero farabutto e mascalzone del Sig. Laderchi, pretendeva – o supponeva far credere di pretendere – di trovare il Regg.to come in una rivista per lo Statuto, o altra solennità, ove le truppe si presentano dopo molti giorni di preparativi, in guarnigione in tempo di pace.

Cominciò su questo e quell’oggetto di corredo a fare osservazioni stupide – indisponenti – perverse – da portarmi al punto di rispondergli molto male – con sgarbo – e poi non rispondergli più io ma fargli rispondere dai comandanti di Compagnia.

Quale il dietro scena di tanto accanimento da parte di questo fiero mascalzone contro di me?

Verso metà Luglio, quando feci presente ai Comandi Superiori che mi mancavano 17 Ufficiali subalterni e che sette compagnie erano comandate da subalterni della Territoriale, giusto Circolari del Comando Supremo, feci domanda al Comando di Corpo d’Armata di assegnare fra i nuovi Tenenti il mio Gino, al comando di una compagnia al mio Regg.to avendo l’anzianità prescritta. Il Ruggeri Laderchi rispose con lettera molto persuasiva e convincente, per farmi desistere da questo mio proposito, trovando poco opportuno che un Ufficiale stesse in un Reggimento – al fronte – comandato dal proprio Padre.

Ma... caso volle, che tale lettera fosse giunta al Comando di Brigata in un periodo in cui mi trovavo in trincea e sbadatamente e con molta leggerezza, non mi si comunicò che circa due mesi dopo, quando già il crak era avvenuto.

Ignorando io tale lettera, verso fine Agosto – anzi ai primi di Settembre – inviai una seconda domanda al Comando di Corpo d’Armata, richiedendo l’assegnazione del mio Gino al mio Regg.to 227° oppure al 228° – mi si è assicurato dopo, da un Maggiore Medico che faceva parte dello Stato Maggiore di Corpo d’Armata, che il Generale Laderchi nel leggere tale seconda domanda è divenuto un energumeno e dando un pugno sul tavolo, ha detto “Questo Colonnello è Siciliano – vuol far anche qua il prepotente ed il camorrista – vedremo chi sarà il più forte”.

Inconcludente questo suo dire – Perverso il suo proposito – il suo piano dato che mai ci eravamo incontrati – mai mi aveva visto – non mi conosceva.

Subito attuò il suo piano – e vi riuscì. Appena seppe che dalle trincee del Vertoibizza eravamo andati a riposo a Pradis e perciò ben lontani dalle granate, dalle pallottole che certo non potevano colpirlo – dopo cinque giorni viene a passare improvvisamente una rivista al mio Regg.to per come dissi sopra.

Tutto premeditato – tutto prestabilito – cominciò a fare le stupide, insulse, indisponenti osservazioni sino che avrei reagito – e disonestamente, vigliaccamente andò via molto adombrato ed abbronciato avendone già ideato il siluramento.

[...]

7 ottobre – Mi trovo a chiacchierare in una piccola stanzuccia – che fungeva da Ufficio Comando – col mio Aiutante Maggiore in 1° e con varii miei Ufficiali. Entra il porta-lettera: distribuì la corrispondenza. Presi alcune mie lettere personali ed altre dirette al comando di Reggimento, tra le quali una in busta gialla carica di sigilli. Ne arrivavano tante durante la guerra, di queste buste misteriose contenenti ordini riservati, variazioni a cifrari, informazioni sul nemico ecc... a pur non di meno questa mi sorprese... lacerando la busta lessi per la prima. Mi immobilizzai nel leggerne il contenuto – Mi si dava l’ordine di lasciare il comando del Reggimento che provvisoriamente avrebbe assunto il T.te Colonnello Cappello – e rientrare al Deposito, a disposizione del Ministero della Guerra. II foglio mi tremava nelle mani – la fronte mi si imperlò di una improvvisa perspirazione, e nel volto ricoperto d’un pallore terreo, gli occhi sbarrati, da impressionarne seriamente i presenti – l’Aiutante Maggiore spaventato mi chiese cosa avessi.

Nulla – risposi con voce dura – bassa – tagliente – incisiva.

Con uno sforzo visibilmente doloroso piegai il foglio, lo riposi nella busta, e lo misi in tasca.

Vidi tanti sguardi dei miei Ufficiali conversi su di me e provai di sorridere, ma non vi riuscii.

Ho visto molta, troppa morte intorno alla mia vita, ma non avevo mai visto assassinare un’anima.

Rimasto poi a solo col mio Aiutante Maggiore in 1° e col Tenente Colonnello, dissi loro “Leggete” per me non è vergogna – voi sapete come si silura qua al fronte – Rimasero anche loro pietrificati.

Tale comunicazione inaspettata, imprevista, inconcepibile mi annienta – mi avvilisce – mi ha fatto penetrare il freddo della morte sino alle sorgenti più profonde della mia vita – Una lama di acciaio Austriaca attraverso il mio cuore non mi avrebbe causato più dolorosa sensazione – ma... per la mia dignità, pel mio orgoglio, mai mi mostrai più calmo – più indifferente – più freddo.

Il perverso ed infame piano di vendetta di quel gran mascalzone e vigliacco del Generale Ruggeri Laderchi si è effettuato, ha avuto esecuzione.

Il delinquente – l’assassino – ha un tribunale che lo chiama a sé; una difesa che discute i suoi capi d’accusa; e spetta a lui per ultimo la parola.

Un Ufficiale Superiore – un Colonnello – un Generale – rigido custode dell’onore e della salvezza della Patria, non sa nemmeno per quale ragione specifica lo si getti sul lastrico.

Questo gran mascalzone di Ruggeri Laderchi mai mi aveva visto né conosciuto, tranne il 22 Settembre 1916 quando stavo col Reggimento a riposo – e mai in trincea od in una azione di combattimento. Come e su quali elementi ha potuto giudicarmi? Nessun dolore che io possa aver provato e possa provare nella vita, può e potrà uguagliare quello sentito nel vedermi allontanare dal Comando del mio Reggimento dalla linea di combattimento ove tante soddisfazioni tante emozioni avevo provate – tante privazioni sopportate – tanti pericoli affrontati e sempre con grande abnegazione. Per un soldato valido e forte – ardimentoso e coraggioso – amante delle peripezie e della vita movimentata e dei pericoli – il dover stare lontano dal fronte in questi momenti in cui si decidono le sorti della Patria – del proprio paese – è quanto di più doloroso vi possa essere – Ma pare che la guerra abbia tutto sconvolto e distrutto – anche nei vecchi Ufficiali.

[...]

9 ottobre – Ho deciso di partire stasera – Viene ad abbracciarmi il mio amato Gino. Distacco impressionante – commovente – terribile. Lui addoloratissimo, vedendo ormai la mia carriera – il mio avvenire – spezzato, finito. Io angosciato ed avvilito, nel saperlo in continuo e serio pericolo – senza il mio conforto – il mio appoggio – il mio aiuto.

Alle ore 17 da Cormons parto per Napoli e Palermo. Mi accompagnano alla stazione di Cormons varii Ufficiali del Regg.to fra i quali il buon Capitano Medico Ferraro Paolo, tanto amico di Gino.

Viaggio noiosissimo – settante – eterno – Non avevo voglia di parlare con nessuno – Pensavo – sognavo ad occhi aperti – Facevo un esame del mio passato – una rivista su alcune circostanze speciali.

Sentivo il crepitio delle pallottole – vedevo i lampi delle granate – le ondate di assalto – i varii camminamenti ove spesso sono stato preso dai tiri d’infilata nemici, quando col mio Cap. Mag. Gamba andavo a visitare ed ispezionare le trincee occupate dai miei reparti.

È terribile di pieno giorno passare in quei camminamenti. Si è colpiti, e si cade. Pensavo a tutte le notti senza sonno ad attendere le aurore della vittoria e della gloria. Quanto soffrivo in tanti ricordi – se avessi potuto lasciare il mio pianto scorrere fuori della mia gola stretta, uscirebbe con l’urlo della belva.

10 Ottobre 1916 – Dopo un viaggio penosissimo arrivo a Napoli alle 17.25 –  Vado ad abbracciare i miei amati Genitori, che impressionati del mio abbattimento, ne piangono anche loro, e cercano confortarmi – incoraggiarmi.

11 Ottobre – Alle 18.45 parto per Palermo – via terra –

12 Ottobre – a Messina, giusto accordi presi precedentemente, alle ore 10 m’incontro con Pierino, proveniente da Lecce, sbarcatovi dall’Albania. Incontro emozionante. Arriviamo a Palermo alle 15.45, trovandovi alla stazione Gianna e Iolanda.

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