Il mio nuovo reggimento non mi piace

Bruno Palamenghi racconta disciplina militare, vita in trincea a Montebelluna (TV) il 25 maggio 1916

Durante una breve licenza avuta nel maggio del 1916, al tenente colonnello Palamenghi (la promozione a colonnello sarà ufficiale dal 1° luglio con anzianità 29 aprile) viene comunicato un nuovo incarico: dovrà comandare il neonato 227° fanteria che con l’altrettanto nuovo 228° forma la brigata Rovigo, facente parte della 5^ Armata creata dal Comando Supremo per predisporre una difesa supplementare in caso di riuscita della Strafexpedition austriaca. Palamenghi è orgoglioso del comando affidatogli e non tarda a partire per Montebelluna, dove deve formarsi la brigata. Ma lo attende una forte delusione

Resto molto scontento e direi quasi avvilito del come è formato il Reggimento – 227° – di cui ne ho preso il comando. Rimpiango il mio bel 2° Battaglione del 132° Regg.to.

Il 227° di nuova costituzione è formato da elementi tutti sconosciuti tra loro – nessun affiatamento – nessun reciproco affetto e simpatia regna ed esiste tra loro. Dei tre Ufficiali superiori – comandanti di Battaglione – uno, demoralizzato e perplesso, in una maniera vergognosa, per trovarsi al fronte, e per la lontananza della famiglia – Manca di energia – di attività – di iniziativa – e dico, anche – di coraggio. Il secondo, nevrastenico e malaticcio. Il terzo, gran brav’uomo, ma una nullità assoluta, essendo stato sempre adibito al servizio di consegnatario di magazzino. Tutti e tre per me rappresentano elementi negativi e sui quali non posso fare alcun assegnamento, non dandomi affidamento alcuno.

Delle dodici Compagnie, ne hanno dapprima il comando 6 Capitani effettivi – 3 di complemento e 3 tenenti di Complemento. I subalterni che vi facevano servizio erano 4 Sottotenenti effettivi – 14 di complemento – e 46 della territoriale. Questi, poco o niente servizio avevano prestato, perciò erano poco autorevoli – poco o nulla istruiti – e quel ch’è peggio, svogliati – negligenti – impressionabili – incapaci di disimpegnare le proprie mansioni al fronte.

Tali sono i quadri degli Ufficiali del mio Regg.to alla sua formazione, e con tali Ufficiali venivo destinato proprio nel Trentino nel momento in cui il nemico incalzava maggiormente le sue avanzate – e con gran baldanza – spirito combattivo – morale altissimo.

Ne sono fortemente impressionato ed impensierito, dubitando del loro coraggio – del loro slancio – della loro abnegazione – e del loro spirito di rinuncia alla vita, pel bene della Patria.

Come avrei voluto oggi qua riuniti ed alla mia dipendenza i miei magnifici due Battaglioni del 6° e del 132° Regg.to. Sarei sicuro che facile e certa mi sarebbe riuscita qualsiasi difficile azione, qualsiasi impresa.

La mia esperienza mi suggerisce, dato il nuovo elemento che ho alla mia dipendenza, di cambiare sistema di comando, e così forzatamente debbo dimostrarmi rigido ed inflessibile con tutti indistintamente, sia Ufficiali che truppa.

Ciò mi procurerà certamente ostilità occulte e antipatie – ma ciò non mi preoccupa basandomi sull’erroneo detto: “fai il tuo dovere e non temere di nulla”.

In genere crediamo essere solo responsabili delle nostre azioni e delle nostre parole. Ciò è grande errore – La responsabilità maggiore è invece quella occulta nel pensiero degli altri, poiché ci si può difendere da un’azione – si può combattere un nemico ed annientare un aggressore – si possono confutare le parole – ma è impossibile distruggere la forza invisibile del pensiero.

Il pensiero rende buoni o malvagi – “In genere si diventa ciò che si pensa”.

Il pensiero vivifica o illumina tutto quello a cui si rivolge – Esso ha il potere creatore e rivelatore.

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