Avanzano i ragazzi del 1900
Mario Ginelli racconta feriti, combattimenti, assalti a Torrente Ornic, Conca di Alano (BL) il 27 ottobre 1918
La Brigata Re, di cui fa parte il I° fanteria di Ginelli, attacca per sfondare la linea del Piave. Sono gli ultimi giorni di guerra, in una settimana la brigata perde più di mille uomini e le bandiere dei due reggimenti, 1° e 2°, vengono decorate con la medaglia d’argento al valor militare. Questa la motivazione di quella consegnata al 1° reggimento.
“In sette giorni d’ininterrotta battaglia, con generoso tributo di sangue strappò, in lotta violenta, formidabili posizioni al nemico. (Alano, Colmirano, Tordere, Basso Formisel, Monte Madal, Conca di Alano, 24-30 ottobre 1918). Confermò ognora nei più aspri cimenti della guerra, le sue antiche e fiere tradizioni di ardimento e di incrollabile disciplina”(S.Marco, 17-26 maggio 1917; 1915-18).
Era il giorno 27 ottobre, alle 2 dopo mezzogiorno, il mio Capitano, come un forsennato, chiama urgentemente all’adunata la sua Compagnia, poi dà ordini che si deve andare avanti, perché il nostro Regg. già hanno rotto le linee nemiche e già stanno avanzando. Dati questi ordini, mi presento e dico che sono molto esaurito e difficilmente io posso proseguire. Come una tigre, sfodera la rivoltella e presentandomela dice: “Ragazzi, non sono più io che parlo, è la rivoltella. Fino all’ultimo dovete servire la Patria. Seguitemi!”. Però mi tenne riservato con lo Stato Maggiore di Rinoalso, con 50 della classe 1900. Non potete immaginare quanta paura avessero quei poveri ragazzi! Dopo lungo camminare, giungemmo vicino al fiume Ornic, nella conca di Alano. Le mitraglie sembravano tante rane che gracidavano. Con precauzione passammo il fiume e le nostre truppe cominciavano ad avanzare. Il mio Capitano, voltandosi, si accorse che quei giovani del 1900 sono ancora tutti nella riva opposta. Mi comanda di farli avanzare con il calcio del fucile. Ritorno e, data la situazione, spiego loro l’ordine avuto e dico: “Io vado avanti, voi seguitemi, ma a distanza l’uno dall’altro, per non dar nell’occhio al nemico.” Ma appena misi il piede nel fiume tutti in gruppo mi seguono. Appena giunti alla riva, una scarica di proiettile ci prende tutti in gruppo. Fu ferito il mio Capitano e un disastro di morti e molti feriti fra i quali c’ero pure io. Non credevo di essere ferito, avendo preso come un pugno nella schiena, ma, al primo respiro mi usciva sangue dalla bocca che sembrava una pompa. Ero ferito! Corro, grido, chiamo i portaferiti. Due corsero subito. Capirono che la mia ferita era alla schiena. Allora uno, col coltello, tagliò i vestiti di dietro e mi spogliano, lasciandomi solo i pantaloni. Sentii uno che disse: “Poverino, quanto è ferito!”. Quando i flutti di sangue diminuivano, era peggio. Il sangue si coagulava e io mi soffocavo. Allora davo mano alla boraccia che avevo con me del mio Tenente, contenente caffè e acqua. Prima di lasciarmi, i portaferiti mi misero in un buco di granata, mi lasciarono un’altra boraccia di acqua che forse fu la mia salvezza, ma io mi vedevo perduto, perché l’acqua terminava e nessuno si vedeva da quelle parti. Finalmente vedo un soldato passare di là; non mi sbagliavo, era uno che conoscevo per soprannome il Fante. Lo chiamo, mi si avvicina e mi chiede: “Cos’hai, Ginelli?” “Sono ferito!” Non perde un minuto, mi mette sulle sue spalle, essendo molto forte, ma la mia ferita alla schiena non consente. Gli dissi di andare a chiamare i portaferiti con la barella.
Io intanto, piano piano, scendo dalla riva e vado nel fiume, mi lascio prendere dalla corrente che mi trascina alla parte opposta. In quella posizione mi trovavo molto esposto al nemico che non so il perché non mi abbia bersagliato. Subito giunsero due portaferiti con barella, mi aiutarono a togliermi dall’acqua, per prima cosa mi domandarono l’indirizzo, nome, cognome, paese e provincia, trovandomi sprovvisto di piastrino di riconoscimento. Mi portarono al primo posto di medicazione in cui si trovava un Capitano medico. Mi fece deporre in un buco di granata, mi fece coprire con coperte.
Per i tanti giorni e notti perduti, senza un minimo di quiete, mi addormentai che erano circa le tre o le quattro di sera. Mi svegliai al mattino che erano circa le sette del giorno 28. Il Capitano mi chiese se non ero ancora morto. Gli domandai il perché: “Ma come, disse, è arrivata una granata e non hai sentito niente? Uno dei portaferiti che faceva servizio con me, dopo che ferito alla gola da una scheggia, non ho potuto salvarlo, ha dovuto morire.” Passò così mezzora e mi portarono un po’ di caffè che tanto desideravo, sentendo il respiro pesante e, ogni qualvolta tossivo, il sangue raggrumato usciva dalla bocca.