“Arriva il gas e gli occhi gocciolano come fontane”

Mario Ginelli racconta gas, assalti, fortuna e sfortuna, morti, combattimenti a Monte Tomba (TV) il 11 novembre 1917

Siamo all’inizio della Prima battaglia del Piave, quando l’esercito italiano riuscì a resistere lungo la linea difensiva costruita nei pressi del confine tra Veneto e Trentino. Il battaglione di Mario Ginelli combatte sul Monte Tomba.

Ordine di uscire all’assalto. Appena usciti, come fuoco che brucia sulla faccia, sono tutte pallottole dirette a noi. Come fulmine rotolai per terra, giungendo a una strada di montagna. Dove questa faceva una curva trovavo un soldato. Mentre io mi nascondevo presso di lui mi accorgevo che era immobile. Era morto fradicio fin dalla notte prima. A 2 metri di distanza trovo un altro riparo, una postazione di mitraglia che i nostri arditi avevano preparato per la notte prima. Ne approfitto per nascondermi, ma il nemico mi aveva tanto bersagliato che se mettevo fuori un dito me l’avrebbe bruciato. Proprio nello stesso momento un tenente e un sergente vengono loro pure a ripararsi. Eravamo come tre lumache in uno spazio non più grande di un metro. Questo tenente mi ordinava di muovermi e andare avanti, ma lui non si muoveva. Era una cosa disperata: muoversi significava la morte. Allora i portaordini erano in comunicazione col comando di ritirarsi o in piedi gridare “Savoia”. Il Comando ci ordinò l’assalto. Il mio tenente Martina, colla rivoltella in mano, si radrizza in piedi e grida “Savoia”. Non ebbe il tempo di terminare la parola che lo colpì una pallottola in fronte. Non si è più mosso. Fallì anche questo tentativo. Questi portaordini informavano in continuazione il Comando, il quale, vedendo che i soldati perdevano tutti la vita, si decise a ordinare la ritirata un po’ per volta, con calma, per non far comprendere al nemico ciò che eravamo per fare. Ricordo che, nel ritirarsi, il sarto della mia compagnia, mentre veniva verso di me, credendo di essere più protetto dalle pallottole e io, con le mosse, cercavo di fargli comprendere di allontanarsi, perché era la posizione più battuta, in quel mentre lo prese una pallottola. Sentivo gridare: “Aiuto, salvami!” Era a pochi metri di distanza e gli gridai: “Dammi la mano”… ma un’altra scarica lo prese in più parti del corpo. Sentii più piano le parole “Mamma mia” e più niente! Lascio comprendere a chiunque che, se nel vedere un suo amico senza poterlo aiutare, non venga una stretta al cuore da piangere, così come piango ora nel ripensarci. Poi viene il problema anche per noi. Per primi il sergente e il tenente che, sebbene una scarica fosse diretta a loro, si sono salvati. Ora veniva per me il problema. Aspettai un quarto d’ora e mi decisi. Feci come uno scoiattolo per salvarmi dietro una baita che era distante circa 5 metri. Si fecero scariche, ma ormai ero salvo. Aspettai fino che venisse scuro per poi andare al comando dove ci aspettavano. Finalmente arrivammo dopo 24 ore che non si mangiava. Ci diedero qualche cosa di caldo. Il mio ordine era il riposo, ma il comandante mi disse che se volevo andare con il plotone che andava a spogliare il campo dei morti, fra cui anche il mio tenente, potevo bene andare. Un po’ per la commozione e per la stanchezza non ero in grado di parteciparvi. 

Così dormii tutta la notte. Alla sera del giorno 12 vi ritornammo tutti con gli zappatori del genio, per costruire le trincee. Proprio quella sera, mentre uno costruiva la trincea e l’altro faceva vedetta, sentiamo diversi colpi di cannoni, ma non esplodevano con fragore. Poi sentiamo gridare: “I gas!”. Tutti terrorizzati danno mano alle maschere, ma fatalmente io ne ero sprovvisto. Sto senza perdere tempo, corro per raggiungere il comando, ma se la Provvidenza non mi avesse aiutato ora sarei nel mondo di quelli che non parlano più. Invece, dopo un chilometro in discesa, non ci vedevo più e gli occhi gocciolavano come due fontane e, per l’intossicazione, non potevo più respirare, ma il Signore, che sempre mi ha voluto bene, e per mezzo di Maria Bambina, mi fece la grazia.

Credendo di andare al riparo, scesi in un burrone, ma era peggio, perché il gas, che è come la nebbia, ma è più pesante, scende sempre più in basso, quindi, se si vuol evitarlo, bisogna fuggire sempre nei siti più alti. Per me era la morte, ma invece, proprio in quel momento disperato, mi inciampai in un sacco di maschere. Era notte oscura, dopo aver messo la maschera, volevo vedere il caso di quel prodigio. Vidi diversi sacchi e più in fondo una mula. Era certo che la mula aveva inciampato e perso il controllo e si trovava in fondo con le gambe spezzate e il suo carico sparso un po’ dapertutto.

 

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