Il bombardamento era un terremoto

Disfatta di Caporetto

Mario Ginelli racconta ritirata, fame, sete, bombardamenti a Montello (TV), dintorni il 24 ottobre 1917

Il bombardamento era tanto fitto che era molto difficile non essere presi. Era un terremoto..! Io ricordo che mi ero messo in un cantone di questa baracca nella quale eravamo tutti pigiati, con il fucile alla mia destra, mi ero seduto e mi ero coperto la testa con il cappotto e mi ero messo a pregare. Un toscanino, invece, a ogni proiettile che scoppiava vicino a noi, usciva con imprecazioni e bestemmie. Altri, come me, non fiatavano: Proprio circa le 4 un proiettile di granata scoppiò in pieno nella baracca. Non potete immaginare che grande disgrazia! Io, in quel mentre, vidi solo un lampo di chiarore e poi pianto e grida di dolore! Quelli che poterono, come me, ci ammassammo alle uscite, che erano due finestre e un uscio, ma poi fuori come salvarsi? Era peggio… Ci riparammo nella piccola galleria che era larga 2 o 3 metri, perché era appena incominciata,  ma anche lì non c’era riparo. I sassi e le schegge erano infallibili. Per conto mio allora mi decisi di fuggire ancora nel mio nascondiglio e dopo un’ora, circa le cinque, il bombardamento era terminato. I portaferiti si misero all’opera di soccorso. Il mio Tenente di compagnia mi ordinò di trovarmi abbasso per radunarci. Così dopo mezzora, sono già in riga col mio Tenente, quando mi accorgo di essere senza fucile. Lo motivai al mio Tenente. Subito mi ordinò di andare a prenderlo. Con grande emozione partii ancora alla baracca. Un odore di polvere, i morti erano tutti allineati e gli ultimi feriti erano portati abbasso al primo posto di medicazione. Il mio fucile, così a pratica, lo rintracciai e fuggii come se in quel sito ci fossero le brace. C’era ancora qualche moribondo che si lamentava. Giunsi ancora in tempo a raggiungere la mia compagnia. Tutto il Reggimento si ritirò dalla prima linea. Il Comandante della mia comunicava con ordine superiore di ritirarsi nella terza linea, per affrontare il nemico che doveva arrivare e così facemmo. Era una mezzora che eravamo appostati, quando un razzo a poca distanza da noi dà segnalazione. Bisogna ritirarsi senza aver la soddisfazione di aver gettato un colpo per difesa. Si prende la strada maggiore e comprendemmo allora che tutti i nostri sacrifici di spargimento di sangue fatto in due anni era fallito e ora era la ritirata. Era il giorno 24 ottobre. Ci misero in fila e senza che nessuno fiatasse si doveva camminare. Tutto era silenzio e ci si aspettava che, da un momento all’altro, ci facesse qualche sorpresa il nemico. Si sente un colpo di fucile. Ordine di fermarsi. Si viene a sapere che un nostro soldato è morto. Ordine di ispezionare le armi da parte dei nostri superiori. Trovarono che uno dei nostri soldati, non aveva il fucile in punto di sicurezza e gli era partito il colpo senza accorgersene. Era circa la mezzanotte. Sempre camminammo senza sapere dove si andava. Ci ordinarono l’alt per riposare e prendere un po’ di caffè, essendo un giorno e una notte che non si mangiava e senza acqua. In quel punto c’era un calibro di artiglieria pesante che già stavano per distruggerlo per non lasciarlo in mani nemiche. Stan già per distribuire il caffè, ordine di affrontare il nemico che era alle spalle. Ci mettiamo in linea di difesa, ma ancora si vedevano gli austriaci che si scaldavano al fuoco. Approfittai di quel momento per magiare la mia riserva di vitto, ma le gallette non le avevo più. Le avevo lasciate nella baracca quando ero fuggito dal bombardamento. Avevo solo una scattoletta di carne di maiale. Mi accontentai di quella. L’apersi con la baionetta e sto per mangiarla quando un vecchio soldato di artiglieria mi viene incontro piangendo e gridando: “La brucia, fuggite, la brucia, fuggite”. Io non capivo il perché. Lo feci scendere con me nella trincea e mi raccontò che era toccato a lui di far saltare la polveriera e già bruciava alla distanza di 100 metri. Allora ci buttammo per terra, quando si udì un grande boato che durò 20 secondi. La terra traballava e non vedemmo più niente. Fummo coperti di terra. Quando ci alzammo il nemico con baionetta spianata ci veniva all’assalto. Ci preparammo ad affrontare, ma un grido del comandante: “Si salvi chi può” ci spinse a fuggire. Avevo una sete da morire. Ricordo che vi era una pozzanghera che forse era urina di mulo. Stavo per pigliarla e un mio amico mi buttò via la scatola in cui l’avevo presa. Dopo una mezzora di discesa, in fondo alla vallata, trovai una fontana fresca e mi saziai e ne feci scorta. Ora c’era il problema della fame, che erano 24 ore che non mangiavo, se non un po’ di carne, ma con questa bevuta potevo andare avanti ancora. Camminammo per 2 ore su e giù per quei monti quando, in una vallata, trovammo una riserva di viveri, ma tutta distrutta per non lasciarla in mano al nemico. Formaggio, cioccolato, ogni grazia di Dio. Mi sfamai e poi fattami scorta, ci riposammo un’ora circa. Poi passammo il monte Cuco, coì mi dissero, e ci girammo verso mezzogiorno e arrivammo alla sera del giorno 25 nelle trincee corazzate di “Cormus”

 

 

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