"La zia è morta per colpa mia"

Mario Ginelli racconta famiglia, battesimo del fuoco, paura a Monte Santa Caterina, Nova Gorica, Slovenia il 15 giugno 1917

Mario Ginelli arriva a ridosso del fronte, a Cormons

Mi consolai che nel momento stesso che si distribuiva la posta mi consegnarono una lettera dei miei cari genitori. Era l’unica consolazione per noi militari. Ma quando la lessi fui tramortito e corsi solo sotto la tenda a piangere. Era morta la cara zia Marianna. Il male era stato la mia partenza. Pensando sempre a me, per una crisi di fegato, dovette lasciare la vita. Uno della mia compagnia, vedendomi così a piangere, venne a consolarmi. Era appena arrivato e, vedendolo così gentile, gli confidai tutto e lui si confidò con me, dicendomi che era un seminarista e che dovette lasciare gli studi per venire in guerra. Ma dopo qualche ora venne chiamato e assegnato per la forreria. In quelle poche ore che ebbi conosciuto quel soldato mi sembrava di aver trovato un fratello con la speranza di non lasciarlo più. Ma non fu così. Era per me il dì delle angoscie. Alle cinque di sera, appena dopo il rancio, mi fu ordinato di fardellare lo zaino che dovevo partire. Un sergente e dodici della mia compagnia si doveva partire per andare in trincea a raggiungere il 1° Regg. Fanteria sul S. Caterina. Aspettammo che scendesse la sera per essere meno scoperti. Il viaggio fu pieno di paura. Mentre ci avvicinavamo al fronte era sempre più forte il tuono del cannone. Circa le 9 di sera eravamo sul ponte dell’ Isonzo. Di fronte avevamo il monte Sabutino e alla sinistra il Carso. Una lunga distesa di colline tutte aride e roccia. Passato il ponte, a 500 metri di strada, entrammo nella città di Gorizia: strade piuttosto strette e non era passato un mese che i nostri italiani l’avevano presa. Prendemmo la strada che conduceva al Castello. A ogni scarica che facevano i cannoni delle nostre artiglierie il cuore veniva in gola e ci buttavamo per terra dalla paura. Il nostro sergente ci incoraggiava, dicendoci di non aver paura che erano i nostri cannoni che sparavano e quindi non ci potevano fare del male. Passato il Castello di Gorizia, prendemmo la strada che conduce sul monte S. Caterina. Quanto ci impressionò quella strada, tutta mascherata con tavole dei bachi da seta, con muretti di sacchetti di terra, per essere riparato chi viaggiava in caso di bombardamento! Arrivammo circa le 10 in trincea. Mi consegnarono a un Tenente di compagnia che, come un padre di famiglia, considerò quanto eravamo emozionati e stanchi. Mi fece dare un po’ d’avanzo del rancio, piuttosto freddo, e un po’ di pagnotta e formaggio e mi fece ritirare in un buco un po’ più grande di quello di un topo. Eravamo dentro in tre: Caporale capo posto e due soldati che dovevano dare il cambio alle vedette. Seduto uno stretto all’altro, mi lasciarono dormire tutta la notte che più non sentii niente, né cannoni e nemmeno mitraglia. Al mattino ebbi il tempo di esaminare bene la posizione. Quanto disastro! Il monte era tutto ribaltato sottosopra. Mi meravigliai avendo visto un castagno tagliato dai proiettili e una vite lunga un palmo della mano. Ai morti avevano perfino ancora da dare sepoltura. Uno poi si trovava davanti al mio nascondiglio che le sue scarpe erano davanti ai miei occhi e già si sentiva l’odore. Per quel giorno, feci solo qualche ora di vedetta.

 

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