"Io sono nata quando Trieste era sotto l'Austria"
Maria Ziberna racconta civili, famiglia a Trieste il 1915
Prima di tutto: vivevo con la mia mamma, con mio papà, con i miei fratelli. Avevo 8 fratelli. Mia mamma aveva avuto 13 figli, ma 5 sono morti, sono rimasti 8. Uno era nato morto, ma adesso è vivo. Quando è nato, si pensava che fosse morto, invece siamo corse in Giardin Pubblico, che c’era il dottore che conoscevamo ed è venuto su, gli ha messo la candeletta sotto il naso e non respirava, ma dopo mezz’ora il bambino è resuscitato. Questa è la storia del mio fratellino più piccolo, l’ultimo nato, che oggi è ancora vivo.
Io vivevo con la nonna, la mia mamma stava in casa con gli altri figli e invece mio papà lavorava, prima era tranviere. Loro venivano dalla Yugoslavia. Io abitavo con mia nonna e con i miei 3 zii. Allora ha cominciato la guerra, quella con l’Austria e allora li hanno chiamati alle armi e li hanno mandati a Pola. Mia nonna piangeva. Mio padre no: l’hanno preso in strada, non è andato a presentarsi, l’hanno mandato……. I miei zii sono partiti tutti e tre in carrozza: erano giovani e ancora pieni di vita, e cantavano: erano incoscienti….. Però mia nonna quasi impazziva per la preoccupazione.
A quell’epoca lavoravano, uno lavorava in fabbrica dove facevano le pentole, uno era un muratore, mio papà lavorava come tranviere, però non gli piaceva stare sulle macchine. Allora vicino alla rimessa del tram c’era Cimadori, un posto dove avevano i cavalli e mio padre è andato a lavorare là. C’è rimasto per tutta la vita. Là curava i cavalli che usavano per trainare i carri, che servivano per andare a prendere la roba quando arrivava con i traghetti a vapore (si diceva “cucér” – cocchiere) quando i vapori arrivavano, loro portavano la roba dove doveva andare.
Dove andavo a scuola, là vicino avevamo una fabbrica d’olio e una dove abbrustolivano il caffè. Portavano su la roba con i cavalli: noi bambini andavamo giù per il “patoc” (ruscello), da Guardiella arrivavamo giù e arrivavamo sulla Via Pindemonte fino al “patoc”, dove le donne andavano a lavare i panni, a risciacquarli. Giù per il “patoc” era tutto campagna. Ognuno aveva il suo pezzo. Noi perciò mangiavamo i frutti, ma non ci dicevano niente, non si arrabbiavano, se prendevamo i frutti dall’albero.
In quel periodo è cominciata la guerra dell’Austria e non c’era da mangiare. Mia madre cercava da mangiare come noi, anzi, prima di noi.
Venendo giù per il “patoc”, arrivavamo a S. Giovanni e dopo andavamo a scuola a S. Giovanni.
I miei zii sono partiti tutti assieme e li hanno mandati a Pola. Dopo li hanno divisi: uno era sempre in prima linea, un altro l’hanno mandato fino in Russia, nelle miniere e uno è morto in Austria. E’ seppellito là fuori in un cimitero di guerra e io non sono mai riuscita ad andare a trovarlo.
Noi, quando arrivavamo a scuola, ci davano un cucchiaio d’olio di baccalà. Avevo una maestra che era un tesoro. C’era un prete che veniva a scuola e dopo c’era il direttore, che era un tesoro: era molto buono con noi bambini: sono andata a scuola fino alla Quarta. Poi non sono andata più. Ogni giorno ci davano l’olio di baccalà prima di entrare a scuola.
Dal Punto Franco venivano fuori i cavalli e portavano su le botti di carote, pistacchio, carrube e quando ci vedevano, noi che eravamo bambini, ci regalavano le carrube. Anche i semi che portavano per l’olio.
A scuola facevamo le lezioni e tutto quello che ci dicevano. Eravamo circa in 15 per classe, ci mandavano anche in giardino. Ci davano anche la rafia, così noi facevamo dei bei centrini che ci faceva fare la maestra.
Noi capivamo che c’era la guerra, perché gli uomini partivano. Chiudevano i monti e facevano le trincee sotto Opicina. Io mi ricordo che vicino c’era un castello, dove poi hanno fatto l’Università, dove noi andavamo per mangiare i frutti nel giardino, belle more nere. Mia zia lavorava per quei signori. Noi eravamo poveri.
Quando arrivava mezzogiorno, la maestra ci metteva in fila e ci portava a mangiare e andavamo in una trattoria dove c’era una signora che ci faceva da mangiare. Una scodella di jota ogni giorno, perché i “capuzi”abbondavano. Poi tornavamo a casa su per il “patoc”.
Mio cognato era un militare italiano e l’avevano mandato sulle montagne. Io sono nata quando Trieste era sotto l’Austria. Era tutto diverso, tante cose sono cambiate dopo. Anche mio zio che è morto in Austria lavorava con i cavalli per chi li possedeva. Mio cognato mi raccontava che li avevano mandati nelle alte montagne slave, dove andavano a raccogliere i “capuzi”, li tagliavano e li mettevano nelle botti sotto aceto per farli diventare “garbi” (acidi). Questi “capuzi” arrivavano anche a Trieste, per questo mangiavamo sempre jota, perché i capuzi non mancavano mai.