Rosina

Ercole Vari racconta amore, svago, aeroplani, bombardamenti a Cavallino (VE) il 22 giugno 1915

Una casualità favorisce l’incontro di Ercole Vari con una ragazza che abita a Cavallino, vicino alla Batteria Radaelli presso la quale il telegrafista del genio presta servizio.

Di tanto in tanto si sentono dei colpi di cannone. Come cercano di divertirsi i nostri Ufficiali. Hanno fatto venire da Venezia una scimmia, tanto carina. Il giorno è assai caldo. Caso eccellente rarissimo a succedersi, ma verissimo. Vedo un ragazzo con un bellissimo fazzoletto di seta bianca dentro del quale vi è qualche cosa di poco volume. Domando cosa porta e mi risponde in dialetto stranissimo ed incomprensibile, che contiene un mazzolino di fiori che una ragazza (tosa) manda ad un soldato che le ha chiesto il fidanzamento in segno di risposta affermativa. Però il bimbo non conosce il soldato. Io svelto dico essere io quel tale e che i fiori non possono essere che diretti a me. Il bimbo con un po’ di retrosia me li lascia. Faccio subito una letterina di ringraziamento pregandola a volermi rispondere ed indicarmi un modo onde parlarle. Chi è questa ragazza? Mah! Non la conosco affatto. Il ragazzo contento le porta alla bimba accertandomi che domani tornerà con la risposta. Rido a più non posso. Il mazzo è rosso, ma il pensiero è più che gentile. E’ un miscuglio di viole bianche, di geranii di odore e basilico. La serata è incantevole.

Niente di nuovo e anormale. I giorni mi passano abbastanza rapidi, il caldo però si fa sempre più sentire. Attendo con ansia la risposta del biglietto scritto ieri sera a Rosina Angiolini, la ragazza del mazzolino di fiori e non mi giunge che tardi il bimbo, il quale mi dice di dare il nome preciso. La Rosina ha mangiato la foglia. Io non mi sgomento, e le mando un biglietto da visita col nome di Settimio Capannelli, il padrone della stanza di Firenze. Si ride un mondo. Sono diversi giorni che l’apparato non lo vedo affatto. Il servizio non si fa affatto. Ora i giorni li passo un po’ meglio, sembra che mi abitui a questo tenore di vita e a questi luoghi dimenticati da Dio. E poi? Non passa giorno che non riceva posta, alla molta ricevutane ieri si aggiunge dell’altra anche oggi. Io rispondo a tutti tanto del tempo ne ho quanto ne voglio. Tento di fare la branda ma non mi riesce. Il maresciallo è troppo vigile. Ma cattivo non sembrerebbe; è nervoso più che altro. Delle volte ci si discute benissimo, delle altre sembra che ti voglia mangiare quando ci si parla. Se ne è bene accorto però che a noi non ci mette paura e non ci dice nulla. Tutt’oggi non vedo il mare. Sembra inpossibile! Eppure non è che a 100 metri. Neppure oggi gli areoplani si fanno vedere. Bellissima è la serata. Una bianca luna illumina questa landa deserta che ci circonda.

Risolutissimo mi alzo per tempo per farmi la branda e col fresco la faccio. Niente in tutto il giorno raccoglie la mia attenzione.
Verso sera ricevo dalla Rosina un biglietto portato a mezzo del solito latore, incomprensibile, tutto in dialetto, stretto dialetto, dove ho potuto vagamente capire, dopo letto più volte, che mi chiede scusa, e che è avvenuto uno sbaglio poiché io non sono il soldato che ha chiesta la sua mano. Mi manda indietro il biglietto da visita e tutto ciò che è mio, e mi dice che lei non ha nulla da dividere con me, ma non mi intimorisco per questo, e faccio una piccola dichiarazione pregandola a rispondermi ed invitandola gentilmente ad accettarla. Però comunque vada il fiasco è bello e fatto. Pazienza! Le risa salgono al cielo platonicamente. Un idroplano per il guasto di motore cade a mare. Gli abili condottieri impassibili lo riparano in un attimo e quando stanno per muoversi le navi per trarlo in salvo, con meraviglia grande lo vediamo innalzarsi, dirigendosi verso Venezia. Meno male che è caduto in mare Italiano. Se disgraziatamente cadeva presso le navi Tedesche il disgraziato poteva pure incominciar a raccomandare l’anima a Dio. Del resto può tenersela bene a mente. Questo giorno deve segnare per l’Italia o una grande vittoria o una sensibile disfatta, poiché a flotte dai confini vengono gli aeroplani. La fuga è precipitosa, il passaggio è insolito. Uno di essi a smisurata altezza si sperde tra le nuvole. Lungo la incantevole spiaggia canto a tutta forza. Sono allegro perché in buona via di guarigione. Finalmente dopo vari giorni si torna a fare quattro ciarle colla Batteria 305 di S. Marco.

Mi desto tardissimo quantunque forti rumori si faccino in camerata! Ho dormito per la prima volta in branda sentendone subito il miglioramento. Attendo con ansia la venuta del bimbo per la risposta di Rosina, ma non viene a causa di una fitta pioggia che è durata più di due ore. Passo il giorno con una allegria pazza procuratami dalla lettera del fratello Augusto ove mi dice che si è recato a Segni e che ha trovata la Mamma in perfetta salute e non tanto triste per me e Luigi. Meno male! Povera vecchietta! Si fa troppo coraggio, ha il cuore pieno di vero sangue di madre Italiana. Posso orgogliosamente ripetere quel detto di Napoleone I “Mia Madre è degna di venerazione!” Si sentono in giornata vari colpi di mitragliatrici. Che avverrà mai? Si battono forse? Lo ignoro completamente. A sera una parola tira l’altra non verrebbe mai voglia di andare a riposare, questa sera infatti il quadro che godevasi ci ha affascinati. Tutti i tempi hanno concorso ad intrattenerci. Tutto intorno una chiarezza grande per la piena luna che migra nel vasto cielo, e di tanto in tanto viene coperta dalle nubi in molte e mostruose forme che vanno da una parte all’altra del cielo perché trascinate a guisa di onde da un dolce zeffiro. Il silenzio solenne regna in questa zona. Solo qualche voce emessa con un po’ più di energia dalle nostre discussioni, qualche flutto che scagliandosi lungo la spiaggia percuote come uno strano e triste ricordo. Mi fa infatti immaginare una donna seminuda lungo la spiaggia, aggrappata ad uno scoglio con una mano e con l’altra strappandosi i morbidi e scompigliati capelli impreca al mare che non esaudisce la sua prece “rendimelo”. E lontano lontano una veste candida di fanciulletto, trasportato dalle onde chissà dove! Non una rana gracida, non una lucciola! Il mare è bianco, troppo bianco. Guardandolo sembra fissare un grosso riflettore, che mi abbaglia la vista. Poi si calma. Il mistero si rinnova, sembra assistere senza emettere respiro ad un grande miracolo, sembra assistere ad una funzione santissima, scocca forse l’ora solenne di una vittoria strepitosa? Auguri e gloria ai combattenti. Tutti dormono ed io fissando in alto mi par di scorgere una angelica figura di donna che va a confortare i sogni delle persone care. Poi la mia attenzione si raccoglie in un punto; vedo infatti qualche cosa muoversi ed avvicinarsi. Sono i nostri sacrificati, e mai troppo onorati fantaccini che percorrono la spiaggia. Sono di Ronda. Stanco di sonno e sentendo anche un po’ di fresco perché senza berretto e senza giubba, mi ritiro, lasciando tutto l’immenso ed incantevole spettacolo agli altri che forse sogneranno le loro famiglie lontane, le loro fidanzate!

E’ ben vero il proverbio che dice “chi la dura la vince”. Con meraviglia grande ricevo una lettera di Rosina in cui mi dice di andare domani, domenica alle ore 4 all’appuntamento, che vuole la mia fotografia, che non facci palese a nessuno il mio nome e che scriva più chiaro perché la mia calligrafia non si capisce. In 22 anni è questa la prima volta che mi viene fatto un simile rimprovero. Benissimo! Bisognava venire a Cavallino per ricevere simile ingiuria. E’ da notarsi poi che per capire io la sua calligrafia bisogna che prenda due interpreti. Gli Ufficiali non vanno d’accordo fra loro, due di loro per la 2a volta vengono a parole. Però ne sono andati di mezzo i bicchieri ed i piatti che sono andati in frantumi. E’ del resto la giornata delle liti. Anche due Artiglieri si prendono a parole e finiscono col darsi dei sonorissimi pugni. Lontanissimo, attraverso il limpido mare si vedono appena le montagne di Trieste ed una gola, ove passa l’Isonzo, vasto campo di gloria degli eroi nostri colleghi. Un ignorante del IV° Genio ha avuto l’adire di aprire e rispondere senza che io sapessi nulla alla lettera di Rosina. Verso sera, tornando tardi dal lavoro sono tutti irati perché trattati male in tutti i rapporti, massima per il vitto. Si teme un ammutinamento. Sino alle 12 di notte fanno alle scarpate. Grazie a Dio che nessuno degli Ufficiali se ne è accorto altrimenti i graduati ne assaporavano le conseguenze. In tempo di pace certe cose sono ammesse, non in tempo di guerra.

Festa! Prima il Sottotenente ci ha radunati in Sala Convegno per farci varie raccomandazioni, tra le quali se desiderano avere ogni domenica il Prete a dire la messa. Nasce un insolito mormorio. Parecchi però alzano la mano. Sono da ammirarsi. Il Sig. Capitano poi chi ha detto poche parole facendoci capire il modo in cui avanza la nostra cavalleria e la nostra Artiglieria. Verso le 13 si chiede al Tenente Ramovecchi se ci concede il permesso per uscire, ma siccome è inquieto perché gli altri gli vanno contro censurandolo minutamente ce lo nega. Noi però alle 13,30 usciamo lo stesso e ci rechiamo a Ca Padovan ove mangiato un po’ di pesce ci dirigiamo verso la casa di Rosina per l’appuntamento. Col pretesto di un bicchiere d’acqua inizio il mio discorso. Rosina mi dice di andar via e ritornarvi verso le 5 poiché trovasi in casa il padre ed un fratello a cui non vuol farsi vedere. Ritorno infatti alle 5 e le parlo a lungo. La ragazza non è brutta, ha 22 anni. Ma ci vuole la mano di Dio per farla persuasa, uso tutti i ripieghi per convincerla, e faccio una sudata per capire il suo strano dialetto. Gentilezza non ne ha affatto. Ma dopo cento ripieghi riesco a farmi dire il sospirato si. E’ furba in un modo eccezionale. Ha voluto per forza la mia fotografia. Ha fatto anche questo quantunque parecchi soldati del IV° Genio pieni di invidia abbino opposti vari ostacoli. Non passano aeroplani. Tutto il giorno un continuo suonar di cannonate.  La giornata è discreta.

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