Difendersi dai cecchini
Guido Alunno racconta vita in trincea, feriti a Villanova, Nova Vas, Slovenia il 1916
Noi dal “nido” adempivamo anche ad un’importante funzione: quella di avvertire i passanti inesperti, e li riconoscevano a colpo d’occhio, di abbassarsi molto, quando, pochi metri più avanti di noi, trovavano il cordone di pietre sventrato da un colpo di cannone, perché un ‘cecchino’ nemico appostato chi sa dove, forse con un fucile a cannocchiale, colpiva inesorabilmente chiunque fosse passato in piedi attraverso lo sventramento.
In merito ai tiri del ‘cecchino’ ricordo bene due episodi: 1° una corvè di militari portava in prima linea scudi di acciaio per rafforzare la difesa. Erano alquanto pesanti, per cui ciascun militare ne portava uno poggiato sulla spalla e tenuto in piedi con una mano. Erano, tutti i militari della corvè, esperti del luogo, per cui non occorrevano avvertimenti, ma uno di loro, un certo Modica, siciliano, non si abbassò abbastanza ed un proiettile di fucile gli trapassò il centro della mano destra e buono per lui che lo scudo non permise di trapassargli anche il cranio; 2° un giovane ufficiale, che vestiva un’impeccabile divisa grigioverde, passò davanti a noi, diretto alla prima linea. Io lo avvertii del pericolo e della necessità di abbassarsi molto nell’attraversare il punto sventrato del cordone di pietre.
L’ufficiale, sottotenente o tenente, non ricordo bene, si volse, soffermandosi un istante, e, in risposta al mio avvertimento, mi dette uno sguardo che a me non sembrò benevolo. Io non so cosa ci fosse nel suo pensiero, ma so che ebbi l’impressione che non avesse gradito l’avvertimento di un modestissimo militare, diretto ad un ufficiale ed il suo comportamento confermò questa mia impressione, perché continuò il cammino diritto e impettito. Io ed i miei due compagni di nicchia lo seguimmo con lo sguardo, in attesa di vedere quello che sarebbe successo. L’attesa fu breve: quando l’ufficiale ebbe raggiunto il centro dello sventramento, udimmo il lontano colpo di fucile a noi ben noto e lui, l’ufficiale, afflosciandosi su sé stesso, come accadrebbe ad un sacco pieno che, ad un certo momento, per, magia divenisse istantaneamente vuoto.
Io lo raggiunsi, con le precauzioni del caso, e, infilatogli le mani sotto le ascelle, lo sollevai e lo trascinai indietro, in luogo sicuro. Nel sollevarlo la sua mano destra si staccò dalla bocca e ne caddero a terra alcuni denti molari: il proiettile gli aveva attraversato il viso all’altezza dei denti molari e fu ancora fortunato, perché, se fosse stato colpito pochi centimetri più in dietro o più in alto, la sua fine sarebbe stata immediata.
Dopo pochi minuti dai fatti narrati, arrivarono due portaferiti con una barella e lo portarono via.
Di questo ufficiale preferisco non rivelare il nome. Dirò solo che, verso la fine della seconda guerra mondiale, ebbi occasione di conoscere un suo parente e, per essere sicuro di non sbagliarmi con i miei ricordi, gli chiesi se questo suo parente avesse partecipato alla prima guerra mondiale sul Carso e se vi fosse stato ferito da una fucilata che gli portò via diversi denti molari. Avutane risposta affermativa, gli dissi: dica al suo parente che fui io a sollevarlo da terra ed a trascinarlo dove lo presero i portaferiti. Gli porga i miei saluti.