Muore il comandante

Guido Alunno racconta combattimenti, morti a Passo di Monte Croce Carnico, Paluzza (UD) il 14 giugno 1915

Il giovanissimo finanziere Guido Alunno fa parte di un battaglione della regia Guardia di Finanza che viene inviato al fronte all’inizio della guerra. Nei primi giorni del giugno 1915 è in linea, in Carnia, a ridosso del confine con l’Austria

La mattina del 14 giugno, alle prime luci dell’alba, cominciò il solito cannoneggiamento nemico, ma, a differenza degli altri giorni, questa volta il cannoneggiamento invece di cessare dopo 10 – 15 colpi, venne intensificato su tutta la zona che precedeva lo strapiombo e fu seguito poi da reiterati attacchi frontali nemici che miravano alla conquista di tutto l’accidentale pianoro fino al margine dello strapiombo stesso.

Se l’azione nemica fosse riuscita, benché a carattere locale, tatticamente avrebbe avuto una notevole importanza, perché dal margine dello strapiombo il nemico avrebbe dominato e tenuto sotto il tiro la discesa del monte fino alla piana di Timau, compresa quella mulattiera di cui ho fatto cenno quando ho parlato del viaggio di scorta al tenente che si recava a prendere ordini al comando di zona. Anche il settore dov’ero io e tutta la zona alla mia destra verso il fianco del monte Frejkofel, sarebbero stati tagliati fuori da ogni possibile rifornimento di viveri e di munizioni e la loro situazione si sarebbe fatta di momento in momento sempre più precaria.

Il nostro comandante di battaglione, conscio delle gravi conseguenze che ne sarebbero derivate a tutto il settore se il nemico fosse riuscito nel suo intento, riunì tutte le forze disponibili, compresi anche i militari addetti alle cucina, e andò al contrattacco, specie in quei punti in cui il nemico aveva ottenuto qualche successo iniziale, riuscendo a respingere il nemico stesso sulle posizioni di partenza e vanificando così tutta l’azione nemica preparata con tanta cura.

La Lui, il nostro Comandante, il maggiore Giovanni Macchi, pagò con la propria vita la vittoria. E con lui caddero molti altri. (Giovanni Macchia era il comandante del XX battaglione mobilitato della Regia Guardia di Finanza inviato, allo scoppio della guerra, al confine con l'Austria. Cadde sul Pal Piccolo e gli venne concessa la medaglia d'argento al valor militare alla memoria con questa motivazione: "In un momento critico del combattimento, quando gli effetti micidiali delle artiglierie nemiche avevano reso poco tenace la resistenza delle truppe, portandosi primo ove maggiore era il pericolo. Nobilissimo esempio di altruismo, con frase superiore e parola elevata, incitò i pochi dipendenti a tornare sul fronte, rimanendo fermo al suo posto, nonostante l’accerchiamento nemico, fino a che cadde mortalmente ferito alla testa. Monte Pal Piccolo, 14 giugno 1915", n.d.r.). 

Per rendere più comprensibile la descrizione dei luoghi e degli eventi unisco uno schizzo com’è rimasto nella mia memoria dopo 66 anni.

Durante tutto il giorno 14 giugno io, col plotone cui appartenevo, rimasi nella posizione segnata nello schizzo e vedevo un po’ confusamente il tramestio che animava il pianoro alla mia sinistra; vedevo esplodere qua e là le cannonate e vedevo anche dei militari addetti ai telefoni da campo (i guardiafili) che andavano a riparare le rotture dei fili. Mi facevano pena perché attorno a loro ogni tanto esplodevano proiettili di cannone dei nemici, ma non sapevo qual’era l’andamento del combattimento.

Le notizie che ho riferito poco prime le appresi un po’ sul far della sera, quando il combattimento era praticamente finito, e un po’ nei giorni successivi.

Lo stato d’animo mio e di tutti i miei compagni era sconvolto: ci guardavamo in faccia l’un l’altro in silenzio. A rendere più drammatica la situazione vi era anche il ricordo di un tragico evento recentissimo: la mattina prima era stato ucciso da una fucilata nemica un sottobrigadiere che si trova a poche decine di metri sulla mia destra. Tutti noi si stava sul crinale del monte dietro ripari naturali o artificiali e bastò che il sottobrigadiere si scoprisse un momento perché venisse fulminato da una fucilata.

A questo punto vedemmo arrivare un maggiore degli alpini. Noi non sapevamo che era stato mandato ad assumere il comando del battaglione in sostituzione del nostro maggiore morto. Il maggiore degli alpini, un piemontese lungo, allampanato, per prima cosa ispezionò i reparti schierati in prima linea e quando arrivò dov’ero io salì su di uno scoglio allo scoperto: a vederlo da dietro i nostri ripari in quella luce trasparente che si ha sulle montagne quando il sole è prossimo al tramonto, sembrava un palo del telegrafo. Il nostro tenente e un po’ tutti lo esortavano a scendere, a porsi al riparo: avevamo ancora davanti agli occhi la morte del sottobrigadiere che la mattina prima si era scoperto appena un po’; ma il maggiore tranquillo e sereno (almeno in apparenza) ci rispose: “Ma quanti timori avete, adesso gli Austriaci non sparano. Ora il combattimento è finito ed anche loro hanno bisogno di riposo. Voi considerate il nemico come un qualche cosa di particolarmente potente, forte e feroce ed invece è costituito da uomini come voi. Vi do anzi un consiglio: se si decidesse ad attaccare voi non sparategli, risparmiate le munizioni, aspettatelo dietro i vostri ripari e quando arriva lo ributtate giù con il calcio del fucile. Vedete la vostra posizione? Siete sul crinale del monte e dalla parte nemica il declivio è molto ripido. I soldati nemici, se vogliono venire qui, debbono superare una faticosa salita e vi arrivano stanchi e con la lingua di fuori: un soffio, una spinta è sufficiente a ributtarli giù”.

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