Isolato dai compagni
Francesco De Peppo racconta licenze, vita in trincea, odio a Monte Coni Zugna il 24 agosto 1918
Al termone di una licenza, De Peppo riesce ad ottenere una breve proroga di quattro giorni per malattia. Tornato in batteria, si accorge che i compagni lo trattano con freddezza.
24 agosto
Come passano i giorni felici! Avrei dovuto partire questa sera, o al massimo domani, ma non avendone niente voglia ho pregato le signorine Izzo d'interessare quella persona che fece avere 4 giorni a Luigi Celentani. Ma non è stato possibile. Fortunatamente Mario Celentani, anch'egli in licenza, conosce il Maresciallo dei Regi Carabinieri di Portici. Ci andiamo, e mi consiglia di farmi fare un certificato medico a cui egli avrebbe messo il visto. Vado con zio Mario Capuano da Simonetti, mi faccio fare un certificato di quattro giorni di febbre, dopo la scadenza della licenza.
29 agosto
Passa anche la proroga, e sono costretto a partire. Dopo un viaggio lunghissimo, giungo finalmente ad Ala. Di là vado ad Avio, al nostro magazzino, per informarmi se vi sono camion che partono per il Cono, ma vi è la strada ostruita, e quindi non ne passano da un paio di giorni. Sono quindi costretto a farmela a piedi, con un Sergente meccanico della mia Batteria, trovato per caso.
Non ricordo passeggiata più lunga e disastrosa di quella. Basta dire che ci mettemmo in viaggio alle 5 della mattina, camminando sempre, fino alle 2 della notte successiva, ossia 21 ore di seguito su una salita quasi a perpendicolo. Arrivato, morto di stanchezza e di sonno, vado in fureria a svegliare il furiere, ed ho la sgradita sorpresa di sapere che mi hanno dichiarato disertore. Mi vede il capitano Bruno, ancora in fureria, e mi fa un cicchetto che non ricordo il simile. Mi chiama cretino, profittante della bontà dei superiori, ecc ecc... dice non valer niente la giustifica del Maresciallo, e dà ordine che mi attaccassero ad un albero finché non fosse giunto ordine sul da farsi per me. Io aspetto l'alba, e corro al Gruppo, presentandomi al maggiore Ingravalle, pronto a ricevere una lavata di testa, ma deciso a raccomandarmi a quest'ultimo e a ricordargli l'antica amicizia che lo legava a Giovannino.
Questi invece si mostra molto gentile verso di me, e strappa la mia licenza e le note di censura con una ramanzina.
[...]
3 settembre
Mi accorgo d'esser trattato con freddezza da tutta la Batteria. Perché mai? Forse per la licenza che ho avuto? Forse per il ritardo giustificato dal Maggiore Ingravalle? Oggi altra giornata di calma, questo quasi mi fa credere che è vero quello che dicono sull'offensiva.
4 settembre
La mia vita in Batteria è diventata un inferno. Tutti mi sono contro. Cerco di lavorare come gli altri, e mi accusano di fiacca. Qualunque servizio noioso o pericoloso, mettono il mio nome in mezzo: de Peppo è stato l'unico ad andare in licenza, è giusto che ora lavori per tutto il tempo che se l'è goduta. Questa è la frase che mettono sempre in mezzo, e che io fingo di non capire. Oggi si è sparato un poco, ma è stato un fuoco fiacco, interrotto dopo una mezz'oretta.
5 settembre
Oggi ho affrontato quattro piemontesi, mentre parlavano di me molto bene (!), senza accorgersi che io, poco distante, udivo tutto. Pigliandone due per il petto, e facendomi largo, ho dato un tale spintone a ognuno dei due, da farli retrocedere uno di 6 o 7 passi, e l'altro a farlo baciare la terra. Sono subito entrato in argomento, chiamandoli invidiosi, vigliacchi e cretini. Stavamo per venire alle mani, quando fortunatamente è comparso Ingravalle, che ha messo fine alla questione.
6 settembre
Salvo pochi (i napoletani), tutta la Batteria ora è apertamente contro di me. Un genovese, oggi, con un tono ironico, nel vedermi si è messo sull'attenti, dicendomi: "Vuole niente il signorino?" "La tua faccia" gli ho risposto, dandogli un sonoro schiaffo. Questi mi si è buttato addosso, ma se n'è dovuto subito pentire: l'ho accomodato in tal maniera che se ne ricorderà per un pezzo. Vista la triste fine del mio avversario, stavano per lanciarsi una ventina di persone contro di me, e io ho preso il piccone per difendermi, quando è venuto il furiere a chiamarmi, perché mi volevano al Comando di Gruppo. Le botte che ho dato al genovese hanno fatto il loro effetto, poiché nell'andarmene i napoletani mi hanno salutato con battute di mano. Vado al Comando, ed Ingravalle mi dice che mi devo trasferire a Ca'degli Oppi, a sostituire un ammalato al carreggio. Più di quello che ha fatto non poteva fare per me. Lo ringrazio molto dicendogli che in questa maniera mi viziava, premiandomi, invece di punirmi, dopo il fatto della proroga di licenza, ed egli mi congeda con un sorriso.