In licenza

Francesco De Peppo racconta licenze, civili, famiglia a Portici (NA) il 16 agosto 1918

De Peppo ottiene finalmente una licenza. La gioia di riabbracciare i propri cari è enorme, così come lo è anche il disgusto per i tanti “imboscati” che incontra.

 

15 agosto

Non sono nei panni per la contentezza, per la gioia. Mi trovavo sotto la tenda annoiato, e pensando alla mia cara famiglia lontana, alla mia bella Napoli, nonché ai bagni che si fanno i fortunati imboscati a Portici, quando viene il barbiere a dirmi che mi doveva fare la barba. La barba... e perché? Perché non si va in licenza con la barba in faccia! Io credo che scherzi, ma questi mi porta in fureria, e mi fa vedere un foglio di proposta di licenza di giorni 6+6. Buonanotte! Per tutta la giornata non ho avuto più la testa sul collo; mi sono recato io stesso al Gruppo per farmela firmare, e ringraziare Ingravalle, essendo stato lui a farmela avere. Sono rimasto che sarei andato a pigliarla io stesso domani.

16 agosto

Che nottata! Non ho potuto chiudere occhio per tutta la notte, sempre pensando ai miei cari che avrei riabbracciato fra poco. Finalmente giunge l'alba, e rivado al Gruppo per prendermi la licenza. Non è ancora pronta; ritorno in Batteria, e per ammazzare il tempo comincio a cantare, a recitar versi, a visitare le diverse baracche, vado a salutare il soldato di montagna, mi faccio far la barba; e ritorno al Gruppo. Sempre troppo presto. Finalmente alle 12 tengo la licenza in tasca. Mi carico la valigia addosso, e via di carriera sperando di poter prendere il treno delle 6 da Avio, e quindi guadagnare una giornata.

[...]

Alle 6 partenza. Giungo a Verona, e di li una continuazione fino a Napoli dopo quattro giorni di viaggio.

Arrivo finalmente a casa, a Portici, dove trovo i miei cari genitori; non descrivo la gioia e la commozione nel rivedere i miei vecchietti, poiché non sarei buono a farlo. Le sorelle sono al bagno. Vado allo stabilimento Italia e trovo un'infinità di signorine e giovanotti, di cui non faccio i nomi, che suonano e ballano alla faccia di quei cretini che combattono per loro. M'è venuto lo schifo per la vita, ed il ribrezzo per quegli esseri ributtanti.

Ma come, pensavo, noi passare quelle giornate li sopra, sempre con una spada di Damocle sulla testa, con una condanna di perenne possibilità di morire sulle spalle, ringraziare Iddio per ogni minuto passato, di trovarci ancora in vita. E questi dimenticare completamente che la propria nazione è in lotta con altri stati, che la vita dei propri fratelli è in pericolo, che si combatte, che si muore. Perché? Per loro, che si divertono e si godono la vita. Ma è giustizia questa? È umanità?

Se avessi potuto, avrei sputato in faccia a tutti. Ma come! Pensavo. Non pensano, questi esseri, che mentre intrecciano il piede in un nuovo passo di danza, vi può essere un loro fratello che, sul campo dell'onore, cade colpito e rimane lì a terra, senza un aiuto, senza un conforto, senza una parola buona. Ma non pensano, quando si tuffano nelle acque o si divertono sulla spiaggia (e non per cura, come si dice, nessuno ha mai fatto il bagno per cura su spiagge affollate), o quando vanno a teatro, quando ballano o organizzano passeggiate, che un loro amico, un loro parente, un loro conoscente, il fratello, il marito, il padre, muore, fra spasimi atroci, fra tormenti inenarrabili?

Ma è questa umanità? O incoscienza? Sono stato da Mimì Scocchera, a sfogarmi, parlando anche di questo.

 

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